Bessie e le altre: le prime cantanti di blues
- a 15 luglio 2012
- da Roberta D'Auria
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Parlare delle prime cantanti di blues significa analizzare tutto un mondo musicale e folkorico legato alla comunità afroamericana che si è sviluppato negli Stati Uniti in particolare tra il 1619,data del primo sbarco di schiavi africani in terra americana,e gli anni 20-30 del 1900.In questo arco temporale che comprende tre secoli si sviluppano forme musicali importanti e rappresentative di un’evoluzione della cultura neroamericana nella società statunitense che in un certo senso culmina con l’apparizione delle prime “blueswoman” sulla scena e con le loro prime incisioni.
E’ importante analizzare quindi anche il remoto retroterra musicale afroamericano che parte dall’inizio della segregazione razziale,e che per quanto sia poco documentato storicamente ha in sè dei semi importanti per tutti gli sviluppi successivi in termini sia di forma che di contenuti.
La gigantesca e disumana operazione di sfruttamento di uomini privati di dignità umana e ovviamente lavorativa che va sotto il nome di segregazione portò sul suolo americano migliaia di africani,che si ritrovarono ammassati,sradicati,in una condizione di sottomissione e di traumatico distacco dalle loro radici familiari,territoriali e culturali.Dopo un primo momento di depressa rassegnazione iniziarono sin dalla metà del 1600 numerosi tentativi di fuga,soprattutto collettivi,e questa pulsione naturale si collegò sempre di più con il tema del ritorno alla madre Africa,che sarà predominante nelle idee e nei movimenti politici degli afroamericani nei secoli successivi.
Da un’altro punto di vista l’africano americanizzato dovette attrezzarsi a trovare dei punti di riferimento omogenei alla sua visione del mondo nella nuova situazione che gli facessero attenuare la profonda ferita della perdita di identità e di tessuto comunitario.Li trovò nel profondo della propria stessa cultura,che gli faceva accettare con relativa serenità il dio del vincitore,nel noto meccanismo atavico del sincretismo religioso,laddove si sintetizzavano aspetti culturali propri e originali dei vinti con mitologie e ritualità della religione imposta dai vincitori.Il campo più fertile di questa importante dinamica sociale e culturale fu la musica e il canto.
“Battisti e metodisti,oltre che nelle chiese,dettero vita sin dagli inizi del Settecento a riunioni di massa all’aperto( i camp meetings)nelle quali,svolgendo funzioni religiose aperte ai neri,si dava modo ai presenti,secondo le liturgie delle diverse confessioni,di cantare coralmente inni religiosi.”(cit. Gian Carlo Roncaglia,Il jazz e il suo mondo).
Lo spiritual fu quindi, assieme ai canti di lavoro (worksongs), la prima forma di musica degli afroamericani,che scaturì dalla loro interpretazione originale dell’innario protestante, filtrata e dettata dalla memoria atavica dei poliritmi e delle inflessioni vocali di origine africana,che pur non essendo codificati come elementi consapevolmente condizionanti,esercitarono la loro importanza come riflesso culturale inconscio e identitario.Il bisogno di rafforzare un’idea di comunità attraverso la preghiera portò poi la tendenza alla creazione di brani nuovi o all’elaborazione sempre più stilisticamente definita di versioni riarmonizzate e ritmicamente riadattate dei canti tradizionali che erano soprattutto di tradizione anglosassone.
La conversione degli schiavi neri era apparentemente un ottimo sistema per stemperare nella proiezione mistica il loro bisogno di libertà,ma divenne poi un importante momento di autocoscienza per la loro condizione.In particolare essi trovavano nell’epopea biblica una forte identificazione nel popolo ebraico,nella sua marcia verso la terra promessa inoltre, dalle prime rivolte di schiavi fino a Martin Luther King,la musica religiosa dei neri americani è sempre stata alla base delle più profonde istanze della loro comunità.
A parte però questi aspetti epocali lo spiritual,come il worksong,erano musica che rispondeva al bisogno di espressione e di comunicazione quotidiana di una comunità che non aveva altri mezzi che questi per espletarle,e che li usò per creare dei propri codici culturali e linguistici,basti pensare al “double talk”,una forma di esclusivo doppio significato dato ad alcune parole per impedirne la comprensione ai padroni bianchi,usata dagli schiavi anche negli stessi testi dei loro canti.
Dal punto di vista musicale queste forme crearono già degli aspetti fondativi del linguaggio musicale bluesistico e jazzistico,come il cosidetto call and response,la chiamata e risposta tra coro e solista tuttora viva nella mimesi strumentale che ne fanno sezioni fiati o chitarre suonate a riff,oltre ad altri elementi come il sovvertimento dei valori ritmici della battuta(accenti forti al posto di quelli deboli e viceversa),o quelle caratteristiche inflessioni microcromatiche che oggi chiamiamo blues.Si trattava però di una musica di una comunità che viveva segregata in una vergognosa situazione di sfruttamento da parte della classe proprietaria dei bianchi americani,e che non aveva ancora avuto la possibilità di avere un ruolo nel mondo dello spettacolo vero,laddove si producono forme competitive e individualità creative.Questo fondamentale passaggio,che coincide con la nascita e lo sviluppo dei cosiddetti “minstrel show”,sarà l’inizio di un processo evolutivo,musicale e sociologico insieme che culminerà con il blues come forma di spettacolo professionale ad opera delle prime cantanti di blues di cui abbiamo per ora solo accennato.
