Blues e Gospel in Italia: una storia in comune – 2^ puntata
Storia di uno strano gruppo di gospel a Roma negli anni ’90 – Seconda puntata
Con la prima puntata eravamo rimasti alle fortunate turneè nel nord Italia del Roma Spiritual Group dei primi anni ’90. Allora era molto più facile fare dei piccoli tour nei club, anche in giro per la penisola: c’era curiosità e dinamismo nel pubblico e negli organizzatori. Io poi ho un debito particolare con il nostro settentrione, il mio primo disco ad esempio, un vinile del 1989, Blues immaginario, fu prodotto dall’amico Renato Bertossi per la mitica Splas(h)! Records di Varese, che aveva anche un bellissimo club di riferimento dell’etichetta, la quale stampava persino una rivista sugli eventi musicali del locale e sulle novità discografiche.
Quando penso a quei tempi mi sembra di essere vissuto in un altro pianeta, rispetto all’entusiasmo che c’era e il deserto culturale che si è via via creato fino ad oggi, soprattutto al nord.
Comunque a proposito del club della Splas(h)! voglio chiudere questa piccola parentesi personale con una minima ma importante nota di speranza: il prossimo 20 maggio Renato Bertossi cercherà di fare una riapertura simbolica di quella fantastica sala ad Induno Olona dove negli anni ’80 e ’90 ha suonato tutto il miglior jazz e blues italiano, non sapendo neanche se ci sono ancora gli attacchi per la corrente! Ma è un segno importante di volontà di ricostruzione che si sente nel cuore di molti, e devo dire che è un grande onore per me il fatto che Renato abbia deciso di invitarmi a suonare in questa specialissima occasione. E’ una cosa che mi riempie di emozione.
Lo Splas(h)! era una tappa fissa anche dei Roma Spiritual: avevamo tappe fisse perchè, senza false professioni di modestia, posso assicurarvi che laddove andavamo quasi sempre tornavamo: per l’emotività e la ricerca di autenticità che esprimevamo, per lo spessore musicale e personale di Francesco, per la fresca ispirazione e l’amalgama che c’era tra noi ma anche per altri motivi che via via approfondirò nel corso di questo scritto. Fino ad un certo punto della nostra storia posso dirvi in tutta tranquillità che non abbiamo sbagliato un solo concerto.
Ci sono vari e diversi elementi che fanno si che un concerto funzioni,una prima cosa a nostro favore era senz’altro l’emozione e la sorpresa che le persone si trovavano a sentire ,riconoscendo con le viscere prima ancora che con l’intelletto la radice lontana e inesplorata di tanta musica attuale.Portavamo quindi l’attenzione su qualcosa che era vivo e importante ma che non faceva nessuno, o quasi. Eravamo anche del tutto alternativi a tanto pop-soul di maniera che negli anni ’90 furoreggiava.
Ma soprattutto io credo che la cosa che rendeva molto particolari i nostri concerti era che spaziavamo tra vari stili (New Orleans, gospel anni 40-50, elementi jazzistici e bluesistici come talkin’,scat, vocalise, ecc.) evitando l’eclettismo fine a sè stesso e mantenendo una solida intenzione espressiva e senza mostrare muscoli ma cercando di comunicare la bellezza di tutto questo linguaggio.
C’erano classici coinvolgenti come Joshua fought the battle of Jerico o Old Time Religion, e anche una parte dedicata ad autori importanti come George Gershwin e soprattutto Duke Ellington, tutto scorreva in un unico flusso in equilibrio tra momenti di ascolto e di coinvolgimento, senza che un aspetto condizionasse troppo l’altro. Era un concerto di musica sacra afroamericana, non solo gospel o spiritual o jazz ma tutte queste cose insieme, era come se il sacro diventasse la metafora di tutta la filosofia musicale neroamericana.
Inoltre devo dire che curavamo molto l’aspetto live e ci piaceva moltissimo stare in giro a fare concerti e, in quegli anni, capivo come il gruppo vocale era uno strumento che poteva lavorare in qualsiasi momento su un’idea musicale, anche in macchina.Viaggiando cuore e cervello sono più liberi e dinamici, il pensiero e le emozioni trovano spazi infiniti, ed è per questo che è così importante essere “on the road” per i musicisti.Non è retorica,è una dimensione che fa crescere e viaggiare le cose.
Il modo spontaneo e antiortodosso con cui mischiavamo i linguaggi era senz’altro e soprattutto l’espressione della libertà jazzistica di Francesco, che ha dato a questo gruppo e a me molto della sua profonda maturità musicale e umana. Ascoltatelo in “Everytime i have the spirit”, quando anima con lieve e gustoso umorismo il fuoco biblico che esce insieme alle parole dalla bocca di Dio, partendo con uno scat del tutto irrituale in un brano simile; oppure ascoltate il suo “talkin’” su “On my way”,in cui ci chiede di seguirlo in un mondo parallelo fatto di amore e di spiritualità.Ascoltate poi se potete “Joshua fought the battle of Jerico”, che vi può dare l’idea del feeling e della visceralità che potevano esprimere le nostre voci insieme.
Il mio ruolo era soprattutto quello di dare una struttura e un arrangiamento ai vari brani, ma senza essere un arrangiatore nel senso classico del termine, senza scrivere nulla di preciso insomma. A me in genere piace soprattutto coordinare e valorizzare le idee che emergono dal lavoro collettivo e poi fare una sintesi strutturata delle idee che escono.
A maggior ragione nei gruppi vocali scrivere una parte precotta può velocizzare le cose,ma non sempre quello che suona bene al piano suona bene con le voci, anzi a seconda delle persone cambia il suono e cambiano anche le idee stilistiche. Ecco perchè abbiamo sempre preferito elaborare l’arrangiamento tutti insieme e impararlo a memoria, il famoso metodo degli “head’s arrangiaments”. Qualcuno oggi considera questo modo di procedere lungo e addirittura anti professionale, ma era anche il modo in cui arrangiava Duke Ellington, facendo così tesoro delle idee preziose di tanti musicisti e sperimentando amalgame particolari soprattutto dal punto di vista timbrico. E’ una filosofia dalla quale non mi sono mai mosso.
Inoltre generalmente trovavo delle voci femminili,perchè ogni tanto c’erano ricambi. Nell’unico disco che abbiamo inciso c’erano Etta Lomasto, Tiziana Rosati e Sebastiano, figlio di Francesco, oltre a Francesco e me.
Per ora vi sottopongo questi tre brani di cui vi ho poc’anzi accennato, rimandando ad una prossima volta il racconto del seguito di questa storia dalla metà degli anni ’90 in poi, di come si è arrivati a questo disco, che non rappresenta forse il nostro momento migliore ma che forse coglie in “extremis” certi aspetti importanti della musica che abbiamo fatto in quegli anni anche precedenti, prima che cominciasse la nostra curva finale.
Joshua Fought The Battle Of Gerico

