Blues e Gospel in Italia: una storia in comune

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Abbiamo annunciato l’apertura di questa nuova rubrica qualche giorno fa, sulla pagina Facebook  Mario Donatone Official. L’idea era quella di creare uno spazio aperto alle opinioni, ai ricordi e al contributo di tutti coloro che vogliono “tracciare” un segmento di questa storia collettiva.


Storia di uno strano gruppo di gospel a Roma negli anni ’90 – Prima puntata

In questo blog abbiamo cominciato con il parlare di luoghi (città) o artisti del blues e di tutto ciò che gli gira intorno e, naturalmente, abbiamo esplorato i grandi spazi storici e geografici  al di là dell’oceano Atlantico, in quegli Stati Uniti che hanno il primato assoluto della nascita di questa incredibile arte. Continueremo con questo tipo di approfondimenti, ma da adesso in poi vorrei avvicinare di più il discorso alla nostra realtà italiana, europea, al limite anche africana, vicina a noi insomma. L’intento è quello di analizzare come questa musica sia filtrata qui, il senso che gli diamo noi, quello che la gente capisce, i messaggi che sono passati e quelli no, quello che noi stessi abbiamo e non abbiamo capito e quello di cui abbiamo ancora bisogno per superare mitizzazioni un pò provinciali in cui noi stessi musicisti ancora incorriamo.

In questo senso vorrei introdurre qualche riflessione sul periodo all’inizio degli anni ’90 in cui io, giovane bluesman folgorato sulla via di Ray Charles, ho iniziato a cantare anche gospel: quel momento è stato, se mi guardo indietro,uno spartiacque importantissimo nella mia visione della musica e dell’arte afroamericana.

Faccio qualche cenno alla mia storia personale solo per inquadrare il contesto storico di cui parlerò. Agli inizi degli anni ’90 appunto persino la parola “gospel” era conosciuta solo dagli addetti ai lavori, potete immaginare la musica. In effetti a parte qualche concerto di qualche gruppo a Umbria Jazz la musica sacra dei neroamericani era completamente assente dai palcoscenici italiani a quei tempi, e questo a dispetto del fatto che invece il blues e il jazz,che erano frutti dello stesso albero, godevano di un momento di grande disponibilità da parte del pubblico.

A questo punto è doveroso spendere qualche parola su Francesco Forti, un’appassionata e intelligente figura di musicista e divulgatore radiofonico della cultura jazzistica in Italia, purtroppo scomparso molti anni fa. Fu lui a farmi notare questa lacuna del panorama musicale italiano e a propormi di provare a colmarla. E, siccome la maggior parte delle persone aveva più presente la parola “spiritual” che “gospel”, decidemmo di chiamare il nostro primo gruppo vocale “Quartetto Spiritual di Roma”: io al piano e alla voce; Francesco, cantante e soprattutto clarinettista e sassofonista, e le due cantanti Orsola Fortunati e Micaela Grandi. Dopo un anno di prove (quale gruppo oggi fa più un anno di prove?), esordimmo il 14 dicembre 1990 in un ristorante vegetariano a Trastevere, in qualità di primo gruppo romano di gospel e spiritual. Un mese dopo replicammo all’Alexanderplatz.

Non ci sono registrazioni di quello che producemmo in quel periodo, ma quello che mi ricordo molto bene è che trovammo abbastanza naturalmente e senza particolari punti di riferimento il modo giusto di armonizzare a quattro voci, con il soprano e il basso che facevano il tema all’ottava e il tenore e il contralto che avevano le voci interne. Invece il sound omogeneo e morbido, con il caratteristico vibrato “largo” fu una conquista successiva, databile qualche anno dopo. Il mio modo di accompagnare al piano allora consisteva semplicemente nell’applicare al gospel quello che avevo imparato dai pianisti blues e boogie, senza ancora cogliere alcune specificità dello stile, ma d’altronde il nostro repertorio era formato da tutti i classici più classici, e quello che cercavamo io e Francesco in particolare era di sviluppare in questi brani i valori musicali e il feeling che già sviluppavamo suonando blues e jazz in duo.

La nostra idea era il recupero dell’essenza espressiva afroamericana al di là dei generi e avevamo amato moltissimo il duo di Horace Parlan e Archie Sheep che facevano qualcosa di magico in questo senso, soprattutto nel loro primo disco, che mi pare si chiamasse “Goin’ home”.

Francesco aveva sentito che era l’epoca giusta per questa operazione e ci aveva visto giusto, così come spesso ci vedeva giusto avvertendo prima degli altri i filoni musicali che sarebbero diventati importanti: ricordo quando scoprì il Kletzmer e la sua importanza per la musica americana prima che lo scoprisse gente come Don Byron o John Zorn. Il fatto che il momento fosse giusto lo avvertimmo anche dalla curiosità che suscitava questo progetto: ricordo che ci chiamarono un paio di volte a Radio Uno e una volta al Maurizio Costanzo Show, ma soprattutto cominciammo a girare l’Italia in particolare al nord, esibendoci in clubs, chiese, teatri, facendo concerti e qualche lezione concerto.

Al di là comunque della curiosità mediatica, a quei tempi la maggior parte della gente qui non conosceva brani come Nobody knows the troubles I seen o Amazing grace, che oggi sono sputtanatissimi e quando li ascoltava aveva una reazione spesso forte, viscerale, che non avevo mai riscontrato suonando blues o jazz. Ricordo una tourneè in Emilia Romagna nel 1993 con una giovanissima Barbara Eramo insieme a noi (per un breve periodo dopo Orsola c’era stata Eugenia Munari e poi subentrò Barbara), in cui ogni sera c’erano delle persone che piangevano sotto il palco.

Anche io devo dire che ero particolarmente coinvolto in questa esperienza, sentivo che era un’occasione di andare a fondo a qualcosa che mi aveva toccato profondamente attraverso artisti come Otis Redding e Ray Charles e che ora riuscivo a collegare con il suo humus più vero e popolare. Ma soprattutto ciò  faceva emergere anche il mio inconscio musicale atavico, perchè nella preghiera sentivo l’affinità,l’universalità che legava quelle radici africane al mio mèlos mediterraneo,quella parte più italiana della mia vocalità che non ho mai voluto cambiare o peggio correggere rispetto ad un’ideale ortodossia vocale neroamericana.

Inoltre era un’occasione per trasmettere i valori, la vitalità e la novità del linguaggio musicale neroamericano che io, allora, consideravo la cosa più rivoluzionaria della mia epoca (e la penso ancora così) a quel pubblico più semplice che magari non sarebbe mai entrato in un club ma che entrava piuttosto in una chiesa. Imparammo che era un pubblico molto più sincero di quegli snobboni che spesso popolano i clubs cercando di esibire uno status culturale e facendo finta di capire un qualcosa che non è e non sarà mai raggiungibile solo intellettualmente. Di fronte a molti di questi dicevo e dico “viva viva le vecchiette”, quelle anziane donne che venivano ad ascoltarci e spesso ad apprezzarci in chiesa  senza nessun filtro pseudoculturale o mondano.

A questo punto trovo giusto spendere qualche parola  sull’aspetto mistico-religioso, che è alla base di questa musica, e sulla contraddizione evidente che può essere avvertita in chi, come me, non si  annovera  tra i “credenti”, pur sentendo profondamente i valori di questa musica, condividendo quindi, se non una religione, una religiosità.

Spesso le contraddizioni sono un’opportunità molto feconda di sviluppare riflessioni che vanno avanti tutta la vita. Comunque, per farla breve, ho sempre considerato la spiritualità un patrimonio di tutti gli uomini su cui non necessariamente le chiese devono avere il copyright. Ho propugnato per anni un ateismo sempre però consapevole degli aspetti positivi, di solidarietà, di senso della comunità e di mito fondativo dell’umanità, che sono connaturati alle religioni. Oggi, pur non aderendo a nessuna religione o chiesa, sto elaborando sempre più l’importanza di un’idea filosofica di Dio come ordine morale del mondo di cui francamente credo si senta un bel pò la mancanza. Per anni ho creduto che rinunciare a questa idea fosse una dimostrazione di forza e di autonomia intellettuale, ma alla fine sto realizzando che qualcosa di sacro che ci unisce è importante, talmente importante che poi chi crede di poterne fare a meno poi divinizza, senza neanche rendersene conto, entità ancora più assurde di un presunto Dio, come ad esempio la Scienza o il Mercato. Credendo così di poter snobbare le vecchiette di cui sopra!
Ma questo è un discorso troppo lungo e difficile da affrontare in questa sede.

Tornando alla musica, anche nella tradizione europea il legame con la ritualità religiosa è fortissimo: basti pensare alla musica di Bach! L’importante non è tanto “credere” ma sentire la consapevolezza della storia e dei valori musicali e umani che la musica religiosa ha in sè.

Per finire questa prima parte introduttiva, cantando con un gruppo vocale imparammo quanto fosse creativa, veloce, duttile questa dimensione per sviluppare le proprie idee di arrangiamento, e di come si potesse subito provare qualsiasi idea, in macchina o ovunque: bastava essere insieme. Questo e altri aspetti resero tale esperienza unica.

Nella prossima puntata approfondirò alcuni aspetti particolarmente interessanti.

Non perdetela! Sempre qui, sul nostro blog!!!

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