Chiacchierate musicali: intervista a Harol Bradley
- a 22 gennaio 2012
- da Mario
- In Blog, Chiacchierate musicali
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Recentemente il comune di Roma ha deciso di dedicare una targa alla straordinaria esperienza del Folkstudio proprio lì dove nacque, in via Garibaldi 58, nel 1961 per iniziativa di un giovane pittore americano appassionato di musica, di nome Harold Bradley. In quel piccolo club ebbe modo di esprimersi una notevole genìa di artisti di musica popolare, da Giovanna Marini a Gabriella Ferri, Otello Profazio, Tony Santagata, solo per citarne alcuni. Questi artisti gettarono semi per cantanti come De Gregori e Venditti, che ebbero proprio lì il battesimo del fuoco.
Il Folkstudio promosse anche il jazz con personaggi come Carlo Loffredo, Francesco Forti, Marcello Rosa e fece da levatrice al primo gruppo neroamericano di spiritual e gospel mai nato in Italia, i leggendari Folkstudio Singers. In un’epoca in cui non c’erano molti spazi musicali al di là dell’accademia e del carrozzone della musica leggera, il Folkstudio riempì un vuoto ospitando una cultura musicale popolare di valore che si stava sviluppando prepotentemente in Italia e in Europa. Oggi, fatte le dovute proporzioni, la situazione non è poi così diversa, ma quel poco di dignità e di spazio che queste espressioni artistiche hanno conquistato è tanto e importante grazie proprio al Folkstudio dove tutto ebbe inizio.
Per me parlare di Harold è come parlare di una persona di famiglia, è un amico e un maestro insostituibile a cui voglio un bene immenso. Ci siamo conosciuti proprio all’inizio della sua seconda avventura italiana, quella che cominciò nel 1987. La prima era iniziata nel 1959 e si era interrotta nel 1968. Poi tornò qui in vacanza ma si ritrovò circondato da un tale affetto che rimase, godendo di una situazione di grande spinta di pubblico per il blues e il gospel, che proprio lui anni prima aveva contribuito a creare.
Mi fece conoscere il nostro comune amico Francesco Forti, un altro mio grande maestro, musicista e uomo di grande cultura jazzistica, conduttore per anni di storiche trasmissioni radiofoniche di jazz, purtroppo scomparso 13 anni fa: Francesco era il relatore di una serie di lezioni concerto sul jazz organizzate all’Università la Sapienza da Giampiero Rubei dell’Alexanderplatz, oggi anche direttore dela Casa del Jazz.
Mi chiamò generosamente per esemplificare il piano blues davanti agli studenti e per accompagnare Harold che avrebbe cantato due brani. Vi dico solo che prima di me c’era Enrico Pierannunzi che suonava il ragtime e potete immaginare che, a 23 anni, questo era abbastanza per mettermi nel panico. Tuttavia la grande e contagiosa umanità di Harold mise tutto nella giusta atmosfera. Da lì è nata una lunga amicizia e collaborazione che dura fino ad oggi.
Abbiamo suonato per anni blues e gospel in tutta Italia, ho suonato alla festa dei suoi sessant’anni, dei suoi ottanta (in cui ha cantato per tre ore come un ragazzino) e mi sono prenotato per la festa dei cento!!!
Dopo questa lunga e affettuosa premessa, ecco la mia intervista a questo grandissimo artista.
Caro Harold negli anni ’60, nonostante il blues fosse ormai da diversi anni una tradizione completamente urbanizzata in Europa, si creò un fortissimo seguito fatto di festival e di club come il Folkstudio rispetto alle radici acustiche e rurali di questa musica. Come hai vissuto questo clima culturale e come ha influenzato la tua personalità musicale?
Io non sono mai stato un bluesman nel senso stretto. Sono stato influenzato da cantanti come Leadbelly e Josha White, dei punti di riferimento della cultura musicale orale afroamericana, che cantavano blues ma anche spirituals e ballate, artisti folk completi. Anche io da bravo pittore amavo mettere insieme gli stili musicali come fossero colori diversi. Inoltre negli anni ’60 cominciai anche a lavorare come attore di cinema e di teatro ed ero, ad esempio, un grande ammiratore di Paul Robeson, una sorta di carismatico Otello neroamericano che riempiva i teatri in Europa cantando canzoni per i diritti civili dei neri americani. Il folk in America aveva avuto la sua luminosa scintilla già negli anni ’50 con questi personaggi e l’Europa, negli anni ’60, seguiva a ruota lo sviluppo di questo fenomeno, e quindi la disponibilità del pubblico era totale. Erano anni in cui vi era una sorta di rinascimento della cultura popolare, anche per le grandi aspettative sociali e politiche che animavano quell’epoca.
Uno dei meriti del Folkstudio, che non viene tra l’altro mai messo in evidenza, è stato quello di creare il primo gruppo vocale di spiritual e gospel afroamericano in Italia, i mitici Folkstudio Singers. Ho un ricordo d’infanzia da raccontarti, per dare l’idea di come il Folkstudio arrivasse a tanta gente, nel deserto di quell’epoca. Il primo spiritual della mia vita lo ascoltai in uno di quei telegiornali in bianco e nero che ricorderai bene: fecero un piccolo servizio sul club e c’era Archie Savage che cantava Michael row the boat for ashore,e mi toccò l’anima per sempre. Cosa ricordi di quel gruppo, di come nacque e di come si sviluppò?
I Folkstudio Singers nacquero da una mia idea: c’era questo formidabile cantante e ballerino, Archie Savage,che si esibiva al Bricktop, uno dei locali della “dolce vita” di Via Veneto, il quale aderì con entusiasmo, divenendo un co-leader. Presto si aggiunsero i fratelli Hawkins e Colbert Ford. Io però ero pieno di impegni con il teatro e soprattutto con il cinema, che era allora la mia principale fonte di sostentamento, con i vari film storici o pseudo tali, in cui interpretavo ora Maciste ora un gladiatore e via dicendo .E così, dopo un anno, dovetti disimpegnarmi da questo progetto, ma sono ovviamente felice di averlo avviato, visto che ebbe successo per diversi anni anche nel decennio successivo, preparando il terreno per i musicisti come te che sono venuti dopo.
Io naturalmente trascurerò un pò l’aspetto “cantautorale” del Folkstudio, che viene fin troppo messo in luce perchè legato a nomi importanti come De Gregori e Venditti (e alla leggendaria quanto casuale serata romana di un giovane Bob Dylan, che a quanto mi hai sempre raccontato, era in una versione più alcolica che musicale).Vorrei invece mettere l’accento su aspetti meno conosciuti ma non meno affascinanti di un luogo che era un punto di riferimento per le culture musicali di tutto il mondo, molto prima di fenomeni come la “world music”, e che proponeva il jazz con una certa regolarità. Mi confermi questa descrizione?
Questa è la dimensione del Folkstudio che ho vissuto io: i cantautori sono arrivati un pò dopo. Considera che nacque tutto un pò spontaneamente. Avevo questo studio d’arte insieme allo scultore canadese Robert Council, anche lui appassionato di musica e chitarrista. Inizialmente venivano semplicemente a trovarci amici musicisti e si facevano serate improvvisate, poi costituimmo un’associazione, ma era sempre tutto molto spontaneo con pochissimi soldi e il contributo artistico libero e volontaristico di gente da tutto il mondo.Voglio ricordare, in particolare, un grande “griot” senegalese, Hamza El Din, suonatore di oud e affabulatore che poi divenne famoso in America, che veniva a trovarci con un suo amico, Gino Forman, bravissimo chitarrista blues. Il Folkstudio si era fatto un nome tra gi addetti ai lavori e quindi non era un caso che capitasse Dylan così come una sera capitarono i musicisti della Preservation Hall di New Orleans, con il grande Albert Nicholas. Loro, subito dopo il concerto al teatro, vennero a jammare da noi, così come una volta capitò una fantastica orchestra di steel drums di Trinidad. Vi era una grande apertura e curiosità per tutta la musica di valore.
Siamo alla fine di questa intervista e vorrei spendere qualche parola sulla seconda parte della tua avventura italiana, quella che ho vissuto anche io dall’87 in poi, e sul senso complessivo della tua esperienza artistica qui. E approfitto per ringraziarti della tua sempre grande e sincera disponibilità che hai sempre verso tutti, amici, musicisti, pubblico, gente comune.
Grazie Mario.Quando tornai in Italia nell’87 per una breve vacanza si realizzò ciò che tutti gli amici mi avevano detto quando ero andato via, e cioè che era destino che sarei tornato per rimanere. C’è stata una stagione bellissima con la Jonas Blues Band, anni in cui abbiamo suonato dappertutto in tanti festival, anche aprendo concerti importanti. Quella è stata l’epoca d’oro del blues in Italia, fine anni ’80 e anni ’90. Di lì a poco ha cominciato a viaggiare anche il gospel e con il mio gruppo Bronzville American Gospel, con Jho Jenkins, e del quale per un certo periodo hai fatto parte anche tu, abbiamo fatto tantissime cose. Direi che il senso della mia esperienza sia stato l’avere la grande opportunità di divulgare una cultura, quella afroamericana, e di impararne una a mia volta, quella italiana. Ho avuto l’amicizia e la collaborazione di tante persone di grande valore, come il nostro compianto amico Francesco Forti e, allo stesso tempo, ho potuto far crescere talenti nuovi come te.
