Chiacchierate musicali: intervista a Renato Bertossi

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Ultimamente ho fatto una bellissima serie di concerti in Lombardia, l’ultimo a Varese nell’ambito di una interessante iniziativa che si chiama “Salvalavita alla musica live” che voglio segnalarvi: si tratta della creazione di un fondo permanente di sponsorizzazione per abbattere i costi e la conseguente riduzione di occasioni di proposta musicale.

L’idea sta avendo un certo successo nell’area di Varese, perchè nonostante le piccole e grandi sponsorizzazioni abbiano sempre un pò sostenuto il mondo della musica diffusa, non c’è mai stata un’idea così sistematica di responsabilizzazione del territorio rispetto al problema di aiutare la musica live, la cui sopravvivenza grava solo sui poveri localari che non hanno i numeri per sostenerne i costi

E, se questa idea fa breccia, è segno che il territorio si sta risvegliando e comincia a porsi il problema di una crisi che crea anche povertà di flusso di cultura musicale.

Sul sito Salvalavita alla musica live (www.salvalavitaallamusicalive.it) trovate tutto questo spiegato molto meglio,è un sito molto essenziale e poco personalizzato, ma chi ha avuto l’idea e la sta sviluppando non è certo uno che viene dal pero, ma un personaggio direi fondamentale per la musica a Varese, e non solo, fondamentale anche per me, visto che è stato il mio primo produttore discografico nel lontano 1989.

Allora vi dico alcune cose sul mio amico Renato Bertossi; Renato è stato una colonna della Splas(h)! Records, un’etichetta che dagli anni ’80 in poi ha stampato il meglio del jazz italiano, con personaggi come Paolo Fresu, Antonello Salis, Stefano Battaglia,ecc. Oltre ad essere a quei tempi il più fidato collaboratore del mitico Peppo Spagnoli,fece due meritorie iniziative in prima persona.

La prima fu la creazione di una collana di vinile di blues italiano che, sul finire degli anni ’80, documentò una nascente generazione
di musicisti blues tra cui Nick Beccattini, Alberto Marsico ed altri e tra cui (modestamente) il sottoscritto, che debuttò proprio con Splas(h)! nel 1989 con un lavoro che si chiamava Blues Immaginario, un esordio di cui sarò sempre onorato e grato a Renato che produsse questa mia prima opera.

La seconda fu la gestione di uno dei più bei club musicali del nord Italia degli anni ’80-90, il mitico Splas(h) Club! di Induno Olona, uno spazio in cui gravitavano i migliori musicisti italiani e internazionali e dove ho avuto modo di fare diversi concerti in quella stagione purtroppo lontana.

Comincio proprio dai miei ricordi dello Spas(h)! per iniziare una chiacchierata con Renato.

Renato, lo Splas(h) Club! era un vero club musicale, formato da una grande sala in cui campeggiava un palco sullo sfondo, mentre sul davanti c’erano sedie e tavolini a mò di locale, ma la musica era l’assoluta protagonista perchè il bar era in tutt’altro ambiente e vi si accedeva solo nell’intervallo o alla fine del concerto. Durante il concerto si spegnevano le luci e si pensava solo ad ascoltare. Una formula che mi ricordava molto il Folkstudio di Harold Bradley prima e di Cesaroni dopo. Solo che tu addirittura stampavi una rivista che parlava di questi concerti, delle vostre uscite discografiche, e c’erano addirittura referendum e contributi dei lettori e del pubblico sulla qualità di ciò che veniva proposto su quel palco. Tutto questo oggi sembra fantascienza. Com’è stato che ci siamo ridotti così?

Si, mi piaceva definirla “sala d’ascolto”, spartana nell’arredamento ma particolarmente curata da un punto di vista acustico, sia per rispondere all’esigenza di insonorizzazione verso l’esterno, sia per garantire un alto livello di fruizione della musica. Gli intervenuti, a dimostrazione che l’unico vero motivo della loro presenza fosse la musica, ascoltavano il concerto in assoluto silenzio e con partecipata attenzione … i tavolini conferivano all’ambiente un che di meno formale rispetto ad una sala per concerti, ma senza togliere nulla al protagonismo della musica. Mi piace ricordare che, siccome a quei tempi si poteva fumare, un impianto garantiva il ricambio dell’aria ogni cinque minuti: dodici volte all’ora! La rivistina (Senz’H era il titolo), oltre che propagandare gli appuntamenti cercava, un po’ presuntuosamente, di educare all’ascolto … penso di poter affermare che abbia contibuito a creare un pubblico più attento, oserei dire “educato”. A sostegno di quanto dichiaro porto il termine “mitico” che accompagna il rimpianto/ricordo del Club (ormai chiuso da
vent’anni) nei frequentatori di allora. La prima metà degli anni ’80, almeno dalle nostre parti, era caratterizzato da un fermento musicale importante (nello stesso periodo, e senza collegamenti fra loro, nascevano Le Scimmie, il Tangram… a Milano, il Caffè Teatro a Samarate (VA), Il Ponderosa a Gornate Olona (VA), l’Hiroshima Mon Amour a Torino, Il Posto a Verona … solo per citarne alcuni. La musica,
in quel periodo, era il motivo centrale attorno cui costruire il locale e non viceversa. Oggi il concetto è rovesciato: i locali (pub, ristoranti, bar…) che, lodevolmente sia ben chiaro, ospitano la musica dal vivo. Ospitano, appunto,  non propongono la musica. La musica è vista come occasione per attirare nuovi clienti, come un prodotto in più nell’offerta del locale e spesso i conti non tornano. Va detto che non tornavano neanche allora, tant’è che molti locali nati attorno alla musica (Splasc(H) Club compreso) hanno chiuso o si sono radicalmente modificati, per sopravvivere, ma a chi li aveva fondati e portati avanti, è restato almeno il piacere e l’orgoglio di aver lavorato con un preminente indirizzo culturale. Come si sia arrivati ad oggi è una domanda senza una risposta sicura. Propendo a credere che l’attuale situazione sia il portato di una società sempre più “sfilacciata” ed individualista, entro la quale si è persa la consapevolezza del valore unificante e sociale della musica, soprattutto nella sua versione live. Complici anche le tecnologie. Ma questo è un discorso lungo e che rischia di farmi apparire un “passatista”.

Una domanda sulla Splas(h) Records credo sia doverosa. Qual è il presente di questa benemerita etichetta che tanto ha stimolato e documentato il jazz italiano?

Risposta complessa ad una domanda semplice: tenterò di sintetizzarla il più possibile senza banalizzarla. Splasc(H) Records compie nel 2012 trent’anni di ininterrotta attività di pubblicazione e documentazione del jazz italiano, durante i quali ha prodotto, pubblicato e distribuito quasi 800 fra LP e CD, ha consentito a giovani emergenti (Fresu, Ghiglioni, Flores, Negri, i Tonolo, Battaglia, Ottaviano, Fassi, Nexus, Odwalla, Petrin) di poter incidere e pubblicare, ha offerto un porto sicuro a musicisti già noti come Damiani, Manusardi, Bassini, Sellani, Cappelletti, Basso, Salis, Cazzola, Liguori. Ha recuperato importanti documenti e documentato eventi irripetibili con Schiano, Urbani, Art Studio, Gaslini, De Piscopo: un catalogo di tutto rispetto! A occhio posso dire che tutti i jazzisti italiani attivi fra il 1982 e il 2005 hanno inciso per Splasc(H) Records. Poi, e ben lo sanno i musicisti, è cambiato tutto: il mercato dei “dischi” è entrato in profonda sofferenza, la “musica liquida”, scaricabile dal web, ha dato un colpo (mortale?) all’industria discografica trasformando il supporto rigido da
bene/prodotto in mero “biglietto di visita”  e anche Splasc(H) Records, fors’anche per i limiti connessi all’età dei suoi
fondatori, ha subito pesantemente la trasformazione del mercato. Nel momento in cui scrivo l’etichetta e la casa editrice, seppur in un’ottica di continuità, hanno cambiato proprietà (non più Senz’H società cooperativa ma TIMEtoJAZZ.it, con a capo Luigi Naro, il vicepresidente operativo della Senz’H) con l’obiettivo di adeguare il proprio posizionamento alle nuove esigenze del mercato. Tempi di transizione, ma anche in questo travagliato 2012 l’etichetta ha prodotto qualche disco, (Ghiglioni, Malaguti, Odwalla…) certo non i 30/40 degli anni
d’oro, ma la continuità produttiva viene assicurata.

Ma parliamo del tuo presente,ti sei rimesso ad organizzare concerti,in parte me lo spiego con il fatto che il lupo perde il pelo ma non il vizio, ma mi dico anche che stai forse intercettando una timida ma inequivoca ripresa di attenzione o di sensibilità per una vera cultura musicale dopo anni di imposizione dall’alto di vuoti modelli televisivi che hanno
trasformato la macchina dell’intrattenimento in un qualcosa che sembrava avere nei contenuti l’ultima e ininfluente voce del bilancio. Tutto ciò oggi è per fortuna in decadenza,ma di contro non ci sono i soldi o la capacità di amministrarli per queste cose. Quindi in questo come in altri settori scatta un pragmatico fai-da-te. E’ questo un pò il senso di Salvalavita alla musica live, giusto?

Vabbè… le sensibilità che ci aveva legato vent’anni fa non si sono perse col tempo. E’ per questo che cogli nel segno quando dici, parlando di me, che il lupo perde il pelo ma non il vizio ed hai ragione quando affermi che (forse) sto intercettando i flebili segnali di una possibile ripresa dell’attenzione verso la musica. Non è un caso che il “SalvaLaVita alla Musica Live” si autodefinisca “fondo di resistenza culturale”.
Sono arciconvinto che si tratti di un’ennesima scommessa, ma sono anche speranzoso che sia una scommessa che si può
vincere. Sì, i segnali di un rinnovato interesse verso la musica suonata e fruita collettivamente ci sono … deboli, ma ci sono. Si sono però numericamente ridotti gli spazi in cui esercitarla e si sono impoverite le risorse da destinare alla musica … da cui il concetto di “l’unione fa la forza” che sottende il progetto “SalvaLaVita”.

Caro Renato,tornare a suonare per te e per gli amici di Varese è stata un emozione umana e musicale che mi sono portato dentro nei giorni a venire,non ci siamo visti per tanti anni ma rieccoci qui, la passione è sempre la stessa. Sarai d’accordo con me sul fatto che indipendentemente da quanto la musica paghi chi crede veramente nel suo valore anche sociale poi rimane con le situazioni e gli amici giusti,mentre altri passano. Chiedendoti di commentare queste mie ultime righe ti saluto con grande affetto.

Beh… quando ho saputo che saresti venuto al nord e che avresti potuto venirmi a trovare, confesso d’aver provato un immenso piacere personale, ma nel contempo mi è scattata la frenesia, avvertita come doverosa, di rendere partecipi altri di questa mia gioia… da qui la serata (inventata lì per lì) in cui hai potuto regalare a me e agli intervenuti la tua arte. Ed è stata una bellissima serata, perché è vero che la musica, se la fai per chi ci crede, è fonte di indicibile soddisfazione. E tutto il resto passa!

© Copyright Mario Donatone