About Ray Charles – parte seconda

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Ritornando a Ray Charles …

… C’è poi da dire che nella più importante enciclopedia jazz statunitense Ray Charles è citato come “american jazz pianist”. E la prima cosa da notare è che nel Ray pianista vi è in modo speculare al Ray cantante quella sintesi geniale di mondi musicali diversi che ha reso il suo sound più unico e allo stesso tempo così somigliante a tante cose.

Ascoltando ad esempio le versioni live più mature di Georgia on my mind, il suo brano simbolo, ci si accorge che il pianoforte è quasi più interessante dell’interpretazione vocale, pur insuperabile nel trascendere con  sicuro istinto e forte impegno artistico (non glie l’ho mai sentita fare nello stesso modo) la trappolona del clichè. Ma nel pianismo sentiamo un gioco naturale in cui i “bloch chords” jazzistici si fondono senza fatica con fraseggi blues che stemperano solenni terzine di ottave nello stile della chiesa nera. Paradossalmente l’influenza gospel, che è la prima formazione musicale nella vita di un afroamericano, si cominciò a sentire un pò dopo rispetto a quella felice miscela di blues e jazz che caratterizzò i suoi inizi.

Ma il suo primo mentore musicale, che egli ricorderà sempre con affetto e riconoscenza, fu un vicino di casa che suonava il boogie woogie al pianoforte e che gli insegnò delle canzoncine dapprima con un solo dito, poi con due dita: Ray aveva solo tre anni, ma era capace di dimenticare i giochi e le compagnie infantili per concentrarsi sulla musica che sentiva suonare dall’appartamento vicino.

Questa fu la sua iniziazione al pianoforte, in seguito intraprese studi seri e allargò le sue vedute al linguaggio jazzistico dell’epoca, con un particolare interesse per Nat King Cole, come abbiamo visto, e per Art Tatum, che rimase per lui sempre il vertice assoluto dello stile pianistico americano. Quando cominciavano a chiamarlo “genius”lui diceva che semmai Art Tatum era un genio, non certo lui.

Lui infatti, pur amando il pianoforte, l’aveva messo sullo stesso piano, se non in secondo piano, rispetto ad altri strumenti espressivi come la voce e l’arrangiamento. Ciò nonostante rimase sempre in sintonia con quello che si muoveva nell’ambiente jazzistico e divenne un pianista in linea con il linguaggio della sua generazione; semplificando si può dire che prese le mosse dal bop più vicino a modelli precedenti di un pianista come Hank Jones,per evolversi verso uno stile hard bop più moderno ma mai slegato da una classicità e da una sintesi tipiche del pianista da big band, come Count Basie ad esempio.

Non è un caso che i suoi dischi come pianista jazz siano stati incisi con il grande vibrafonista Milt Jackson, un musicista che riassumeva in sè sia una certa classicità jazzistica che l’estetica soul, da chiesa neroamericana, tipica del cosiddetto hard bop degli anni ’50.

In quei dischi Ray Charles dimostra di possedere uno swing davvero bruciante, oltre ad una tecnica non inferiore ai migliori strumentisti jazz dell’epoca,ed un fraseggio canonico ma anche alquanto personale. Curiosamente il pianista più simile a lui, e simile in un modo a tratti davvero impressionante, è il suo coetaneo Hampton Hawes, musicista nero ma parte dell’area West Coast del jazz americano degli anni ’50. Non ho mai letto che nessuno mettesse in evidenza questa somiglianza,ma ascoltateli in contesti simili eseguire blues jazzistici o standards e poi ditemi se non ho ragione. Inoltre Ray interpretò con grande intelligenza il ruolo di pianista accompagnatore di sè stesso e capace di assoli efficaci e lirici in modo diverso a seconda dei contesti in cui si trovava, dalle piccole formazioni dei primi tempi alla big band che lo accompagnò per gran parte della sua carriera.

In definitiva il suo maggiore contributo fu come pianista della sua big band. La big band fu per lui a un certo punto una sorta di religione a cui rimanere fedele, una sorta di sfida ai tempi che cambiavano. Ray disse sempre che avrebbe potuto guadagnare molto di più suonando in trio o in quartetto e avrebbe potuto farlo meglio di chiunque, ma credeva in quel grande e maestoso suono e nella tradizione che esso esprimeva e lo difese fino all’ultimo. Dentro di esso mise il meglio del suo pianoforte in cui potevi ascoltare il boogie woogie che ascoltò sin da piccolo, il gospel, il country e il jazz che rimaneva la sua base estetica principale, ciò che a sua personale detta dava un tocco adulto e complesso alla sua musica e lo differenziava dal rock e dal blues di maniera a cui spesso veniva associata la sua musica.

About Ray Charles – parte prima

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La cosa fantastica in Ray Charles è che divenne un simbolo della negritudine in musica, incarnando lo stereotipo del cantante nero e cieco dalla voce dolente e a tratti straziata, che evocava i fantasmi ma anche la grande dignità di una lunga storia di sofferenze di un popolo, uno stereotipo che soprattutto nell’epoca in cui Ray arrivò alla celebrità poteva ingenerare facili e ipocriti istinti di commiserazione nel pubblico bianco occidentale (e li ingenerava).

Egli di contro fu l’uomo più lontano che si potesse immaginare dall’autocommiserazione per il suo handicap oltre che uno degli artisti più sobri ed equilibrati del suo tempo nel rapportarsi alla questione razziale, così esplosiva nell’epoca in cui visse.

Riguardo alla cecità egli non voleva neanche considerarla un handicap,tanto che creò un’associazione per la ricerca e l’aiuto delle persone non udenti, che riteneva molto più sfortunate dei ciechi, dal momento che non potevano godere del dono della musica. Quello – diceva Ray -era un handicap terribile.

La questione razziale poi la vedeva con razionalità e pragmatismo, senza demonizzare ma senza neanche minimizzare, appoggiando un’idea di integrazione anche culturale tra il mondo bianco e quello nero, senza retrocedere di un millimetro sulla questione dei diritti. Questa era la posizione “riformista”di Martin Luter King nella quale si riconoscevano negli anni ’50-’60 la gran parte della borghesia nera e di quella bianca per così dire “illuminata”, in alternativa alla visione rivoluzionaria del nazionalismo nero di Malcom X, che derivava dalle teorie di pensatori e attivisti neri della prima parte del ’900 come Marcus Garvey. Essi pensavano al separatismo e alla “Nazione nera” ed avevano molti argomenti dalla loro parte, soprattutto in linea di principio. Non mancava anche l’analisi in termini di dialettica tra le classi delle Black Panthers, movimento di ispirazione marxista che al di là di molti eccessi fece moltissimo per ovviare all’enorme carenza della macchina statale in termini di strutture e servizi nei quartieri neri, promuovendo scuole e iniziative culturali e aggregative.

Ray Charles era cresciuto in un ambiente rurale povero e privo di prospettive, che gli aveva però inculcato una saggezza e una perspicacia molto lontane da qualsiasi ideologismo: aveva capito che i neri erano e sarebbero rimasti americani e che bisognava lasciare i pregiudizi alle spalle e migliorare la realtà con l’aiuto di tutti. Naturalmente questa moderazione era soprattutto una percezione razionale della società in cui viveva, che aveva dentro di sè grandi ingiustizie e contraddizioni ma nella quale valeva la pena intravedere le possibilità di affermazione che di delineavano, ad esempio in campo artistico, per la gente neroamericana.

Non a caso il suo primo modello fu Nat King Cole, cantante e pianista raffinato che, sia pure in modo a volte commerciale e riduttivo rispetto al suo reale valore musicale, era riuscito ad uscire dal clichè del cantante nero che fa blues (ed è quindi naturalmente confinato nella nicchia del mercato del ghetto nero), e anche da quello del cantante nero clownesco (vedi suo malgrado, Louis Armstrong), imponendosi come prima star canora maschile di colore e  come  sex simbol (anche se per questo dovette suonare sempre meno il piano,visto che come dice Elton John “you cannot be a sex simbol behind a piano!”).

Quest’ultima cosa era davvero una novità: il pubblico americano aveva accettato la sensualità delle prime dive nere del canto blues come Bessie Smith, ma l’uomo nero sessualmente appetibile per le donne bianche era un vero e proprio tabù e fu proprio Ray Charles a spiegare la questione in modo semplice e asciutto: “tutti i problemi con i bianchi derivano dalla loro paura che noi prendiamo le loro donne, se li rassicuri su quello non ci sono problemi”. Certamente è un pò una semplificazione, ma a mio parere spiega molte cose.

In ogni caso Nat King Cole fu il primo artista di colore ad avere una sua trasmissione televisiva e anche il primo ad abitare in un quartiere ricco e di bianchi: pagò un prezzo per questa sua situazione di privilegio, subendo minacce ed azioni di disturbo anche pesanti, ma era molto cosciente del fatto che stava incarnando una possibilità simbolica di riscatto e di evoluzione sociale per i neri d’America e, così, interpretò questo suo ruolo con spirito combattivo e con grande dignità. Non è un caso che egli fosse il punto di riferimento di Ray come cantante e pianista, e io credo anche come uomo.

La sua prima formazione come solista infatti fu un trio cosiddetto “di corde”,piano, chitarra e contrabbasso, come andava di moda all’epoca, e come il trio che Nat King Cole aveva magistralmente creato per sostenere la sua voce morbida e swingante e il suo pianismo limpido e articolato, un magistrale anello di congiunzione tra lo stile pre-bop di Art Tatum e quello dei pianisti come Bud Powell. Ray Charles adottò questa formula esprimendo una sorta di tributo ben riuscito a Nat, ma che ne subiva in modo fin troppo evidente l’influenza, fatta salva una certa attitudine “sudista” al suono più terragno e bluesy. Quello che rimase per sempre nello stile anche successivo di Ray dell’influenza di Nat fu la chiarezza timbrica e dinamica sia nel canto che nel suono scintillante del pianoforte, che sa far sgorgare dal silenzio le note importanti,quelle che vanno dritte al cuore. Ascoltate a questo riguardo “I wonder who’s kissing her now”: il lirismo ma anche l’espressività chiara e diretta delle prime note del solo di piano, una sorta di Nat King Cole più blues.

Quando andai per la prima volta a New York, nel 1988, una sera andai al Bradley’s, un locale che adesso non esiste più, che era un luogo di incontro di musicisti e appassionati di jazz: quella sera suonava il grande Hank Jones, un pianista dell’epoca be bop ma che aveva mediato questo linguaggio con una certa levigatezza che riportava proprio a pianisti precedenti come Nat King Cole. Il mio primo ricordo di quella serata fu il suono di Hank che provava i livelli insieme al contrabbassista (si trattava di un duo). Non avevo (e non ho tuttora) mai sentito un tocco di perla così bello e ricco di sfumature come il suo,nessuno mi aveva fatto sentire così chiaramente come la magìa del pianoforte risieda nella capacità di esprimere un tocco e un timbro che  nasce da dentro. E non che gli mancasse anche la scelta delle note o il linguaggio ritmico; insomma, uno dei più grandi pianisti di un’intera epoca. Rimasi completamente rapito tutta la sera da quella musica tanto che, incredibile, lui se ne accorse e durante l’intervallo si avvicinò al tavolo dove eravamo io e mia moglie e si volle sedere con noi. Quale onore per due ragazzi italiani di neanche trent’anni!… Conoscemmo una persona di una simpatia e di una semplicità uniche, un vero signore, che aveva voluto premiare il mio interesse sincero, che non gli era sfuggito mentre stava suonando. Tanti anni dopo fu meritoriamente riscoperto dal grande sassofonista Joe Lovano ed ebbe un ritorno di notorietà che lo avrebbe portato anche a suonare a Roma, all’Auditorium, all’età di novantadue anni.A vevo già il biglietto pronto, ma purtroppo Hank si spense un mese dopo il concerto, che era stato comunque annullato per il suo stato di salute. Allora non mi rimane che questo bellissimo ricordo di lui.

Perchè vi ho parlato di Hank Jones? Perchè anni dopo questo episodio lessi in un’intervista che Ray Charles aveva citato lui come suo pianista preferito del’era be bop e fui davvero felice di avere avuto un contatto con qualcuno molto importante che aveva a che fare con Ray. Perchè Ray Charles è stato anche un grande, importante ed influente pianista, ed è importante studiarne le sue radici un questo senso, che sono molto varie, in quanto dallo stile swing-bop da cui era partito prendendo le mosse da Nat King Cole, sviluppò una sintesi ricca di accenti più popolari, dal blues al gospel pianistico: questa evoluzione andò di pari passo con quella della sua arte vocale, che negli anni ’50 cominciò a decollare in una direzione sempre più personale.

Luoghi dell’anima: Panta Rei

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Ritorna la nostra rubrica Luoghi dell’anima, in cui il nostro Mario ci parla di un posto, di un locale rimasto particolarmente impresso nella sua anima. Per l’appunto :-)

Vorrei parlarvi oggi di un luogo dove ho vissuto una esperienza umana e musicale incredibile, ma per fortuna ripetibile: il posto si chiama Panta Rei ed è a Passignano sul Trasimeno (località Le Pierlle 19A). Ma andiamo per ordine.

La scorsa primavera Barbara Mousy, cara amica, fantastica danzatrice e divulgatrice della danza e della cultura africana, mi propone di insegnare canto in una settimana di vacanza-studio nella seconda metà di agosto 2012. Più che la musica africana il mio pane è la musica afroamericana, ma i collegamenti tra le due cose sono molto più profondi di quanto si pensi, quindi accetto subito e un bel giorno mi avvio per la volta di Passignano.

Conosco bene la zona, perchè insegno a Castiglion del Lago sul Trasimeno durante l’anno, ma non si rivela facile trovare Panta Rei. Quando finalmente, scalati vari cucuzzoli, arrivo, mi trovo davanti ad una struttura a due piani molto semplice ma archittettonicamente meditata. Spicca subito una sorta di vetrata a corridoio, entrato nel quale si schiudono i vari ambienti: ampie stanze destinate ad attività sociali di tutti i tipi, dalle riunioni ai laboratori,oltre ad un grande salone con cucina per il pranzo.

Ora io potrei dirvi molte cose su quello che è Panta Rei, sostanzialmente un posto costruito secondo le idee della bioedilizia per i criteri di costruzione, arredamento e materiali usati.Vi dico fondamentalmente che è un luogo dove si impara qualcosa, ad esempio sul vivere insieme e sul valore delle cose essenziali come l’acqua, gestita in modo che loro chiamano ecocompatibile, in soldoni si tratta di valorizzarla e di non sprecarla, così come il sole, dalla cui energia questo luogo trae il massimo.

A questo proposito appena arrivo incontro Dino, un vecchio ragazzo che è venuto qui da Roma nel 1976 e ha fondato questo villaggio insieme ad altri e non se ne è più andato: mentre lui mi offre un bicchiere d’acqua raccomandandomi di non sprecarla, di fuori vedo una Cinquecento anni ’70 parcheggiata, perfettamente omogenea ai suoi racconti di pioniere della bioagricoltura,bioarchitettura,bioeccetera…

Tutto intorno ci sono costruzioni molto particolari, addirittura una casa su un albero,ma la mia preferita è la casa di Dino, a metà tra le palafitte preistoriche e il Liberty: la vista sul lago completa un non so che di fatato che ha questo luogo.

Barbara non poteva scegliere meglio per liberare l’energia vitale di un gruppo bellissimo di persone che in sei giorni si sono conosciute e hanno creato e scoperto insieme la possibilità di stare bene attraverso la vita insieme,le discipline praticate e la gioia di esprimere la propria potenzialità umana e artistica.

Oltre alla danza Barbara ha portato la cucina (fantastica) africana, non me ne voglia la deliziosa cuoca ma per i nomi sono un pò duro a ricordare, Helena forse? Comunque una ragazza insuperabile tra i fornelli! Che dire poi delle percussioni africane di Seydou Dao e del suo gruppo, compresa la meravigliosa cantante, sua sorella?

Un avviso a chi suona e canta, a chi non fa nulla di tutto ciò ma ha problemi con il ritmo della vita, fate come me, prendete qualche lezione da Seydou e vivere a tempo vi sarà più leggero e bello.

Se poi volete scoprire i misteri delle dinamiche umane del benessere con sè stessi e con gli altri dovete conoscere una particolare e dolcissima persona che si chiama Iole Fiorenzato,una strega buona che vi condurrà per mano lungo le strade che portano ad amare di più sè stessi e gli altri.

Questa era la squadra, non mi metto a raccontare per motivi di tempo le individualità particolari che ho conosciuto in questi corsi, vi dico solo che è stato un qualcosa di sorprendente vivere tutti insieme qualcosa che ha a che fare con una cultura antica e profonda come quella africana, che è in grado di insegnarci senza grandi discorsi ma semplicemente agendo sull’istinto dei valori di pace, amore e rispetto, oltre al superamento di assurde ansie competitive e autonevrotizzanti. L’umanità impagabile delle persone che ho avuto la fortuna di conoscere si integrava con quella di tanti ragazzi che da varie parti d’Italia e d’Europa vengono a Panta Rei a seguire progetti di volontariato.

Personalmente ho impostato un corso sul gospel africano e su quello afroamericano più vicino alle radici. Siamo riusciti a sentire il corpo come uno strumento nato per pensare e produrre i suoni più belli, quelli che celebrano la vita del momento,e abbiamo creato un’amalgama corale abbastanza sorprendente, considerato il poco tempo. Ci sono state serate musicali bellissime, in una ci è venuto a trovare il Trasimeno Gospel Choir che mi onoro di dirigere e tutto si è mischiato con naturalezza.

La cosa che ricordo con più piacere sono alcuni momenti estemporanei: una mattina ho avuto voglia di cantare,così per farlo, nella sala da pranzo mentre vi erano altre attività e ho sentito in quel momento tutta la libertà che avevo imparato in questo luogo.

Andate a fare un salto a Panta Rei se potete, quando ci sarà nuovamente questa settimana di arte e benessere in particolare, e vedrete che non sto enfatizzando nulla … le realtà così sono rare e vanno vissute e raccontate.

Jelly Roll Morton, uno studio universitario – Parte 1

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Chi conosce Jelly Roll Morton alzi un dito!

Così diversi anni fa si espresse un noto jazzista italiano sul palco di un locale romano: ben poche dita si alzarono, ma lui aggiunse subito che a New York il risultato non era stato diverso di lì a poco tempo prima.

E’ noto che gli americani non hanno una particolare attitudine a conservare il valore della loro memoria storica, almeno in campo musicale, ma anche in Europa vi è ben poca consapevolezza dell’importanza di questo personaggio per lo sviluppo del jazz in molti dei suoi aspetti fondanti.

In Italia poi il grande pubblico conosce solo un brutto ritratto di Morton nel film di Tornatore “La leggenda del pianista sull’oceano”, tratto da un surreale racconto di Baricco,dal titolo “Novecento”. Lì lo scrittore inventa una fantasiosa  sfida all’ultima nota tra Jelly Roll e Novecento, un pittoresco pianista mai esistito, in cui gli aspetti più caricaturali di  Morton vengono inseriti in modo del tutto funzionale al racconto che si vuole rappresentare, dando però una visione del tutto parziale e semplificata della realtà storica del personaggio.

Sicuramente Jelly Roll Morton ha lasciato, insieme a tracce inequivocabili del suo talento e del suo ruolo nella nascita e nello sviluppo del primo jazz,anche la memoria consistente di una vita e di un carattere umano stravagante e romanzesco, in perenne spostamento tra una città e l’altra degli Stati Uniti, sempre alternando l’attività di musicista con quelle meno nobili di baro e di tenutario di locali di dubbia fama, tanto da fargli assumere, anche per il suo carattere egocentrico e ai limiti della megalomania, un’immagine quasi macchiettistica.

La sua comunque fu una vita itinerante del tutto omogenea ai modelli esistenziali di cui sarà piena soprattutto la storia del blues, da Charlie Patton, Son House e soprattutto Robert Johnson in poi. E sarà proprio il suo forte legame con il blues a dare il segno più importante del suo ruolo di inventore del piano jazz, di cui plasmò il primo stile rivoluzionando totalmente gli schemi pianistici dell’epoca.

Ma Jelly Roll Morton fu anche tante altre cose, primo compositore e arrangiatore di jazz, primo “chansonierre”, pianista cantante di blues e di canzoni, rappresentando un modello che resiste fino ad oggi in personaggi come il suo concittadino Dr. John.

Dobbiamo però adesso fare un passo indietro e considerare un secolo come il 1800, in cui si sviluppò tutto un importante retroterra musicale afroamericano legato anche al pianoforte, di cui Jelly Roll è in effetti il logico erede, continuatore e rivoluzionario innovatore. Il 1800 è un secolo in cui si consolidano molti processi sociali e culturali che erano iniziati nel secolo prima,e la società americana inizia a stabilizzare alcuni aspetti originali,come ad esempio la musica dei neroamericani, intesa anche come partecipazione di questa comunità, inizialmente segregata, al mondo dello spettacolo professionale. L’abolizione della schiavitù risale al 1865, ma il processo di affrancamento concreto dalla schiavitù per i neri inizia prima e in varie modalità.

Come è noto la prima forma di attività musicale che era concessa agli schiavi africani in America era il canto religioso,inizialmente nei cosiddetti “Camp meeting”, che erano raduni organizzati dai pastori soprattutto protestanti che in questo modo coinvolgevano i neri nella ritualità cristiana insegnandogli i canti dell’innario anglosassone. Essi impararono questi canti e li trasformarono con la loro sensibilità poliritmica.

Nacque così la prima forma musicale originale afroamericana, il cosiddetto “Spiritual”, che si evolverà più avanti nel “Gospel”.

Per quanto riguarda invece l’aspetto strumentale della musica, il processo di impadronimento delle tecniche strumentali europee fu più lento, ma altrettanto deciso. Già nella vita delle piantagioni nel Sud degli Stati Uniti dove i neri vennero segregati sin dalla metà circa del 1600,vi erano molti schiavi che avevano imparato strumenti come il banjo e il violino,e avevano un’attitudine così spiccata soprattutto per l’aspetto ritmico della musica che a molti di essi veniva affidato il compito di suonare per far ballare durante le feste che venivano date dai proprietari bianchi.

In seguito, soprattutto durante l’800, maturarono veri e propri virtuosi neri dei vari strumenti classici, quelli che avevano una famiglia abbastanza benestante da permettergli degli studi o quelli che mostravano un particolare talento musicale e venivano sostenuti da mecenati bianchi, che in alcuni casi non erano poi così disinteressati,come la famiglia bianca che mantenne la tutela e il management del leggendario pianista classico Blind Tom, che fu concertista di fama mondiale per tutta la sua vita.

In ogni caso la musica era un aspetto avanzato dell’attività umana dove apparentemente veniva meno esercitata la discriminazione razziale ed era quindi uno dei pochi spazi in cui per i neroamericani era consentito emergere sia come artisti che come insegnanti, ed essi quindi davano molta importanza ed impulso ad essa.

A parte l’emergere di generazioni di concertisti neri talentuosi nell’ambito della musica classica che venivano accettati dal pubblico bianco in parte anche, bisogna dirlo, come fenomeno da baraccone, il primo contesto professionale che espresse qualcosa di originalmente neroamericano furono i cosiddetti “Minstrel show”, spettacoli nati come ridicolizzazione strapaesana di caratteri,usi e costumi dei neriamericani da parte di artisti itineranti bianchi, che presto divennero una fonte di lavoro e di protagonismo artistico dei neri, che vi inserirono elementi distintivi della loro musicalità e soprattutto le loro danze.

Si è già detto di come era riconosciuta ai musicisti neri una innata attitudine al ritmo che li portava a suonare qualsiasi melodia in un modo danzabile e il contagioso impatto ritmico della loro musica per violino e banjo era anche dato dall’elemento percussivo del battere dei piedi dei musicisti e dal cosiddetto “Juba patting” degli spettatori.

Questo battito era un elemento fondamentale del loro modo di fare musica, in quanto sostituiva il suono del tamburo, che era stato vietato durante la schiavitù in quanto mezzo pericoloso di comunicazione e di ricompattamento politico e culturale per gli africani.

Ora come dice Eileen Southern nella sua fondamentale opera “La musica dei neri americani”, il ragtime pianistico, che fu la prima forma totalmente strumentale originale dei neroamericani, era “una naturale filiazione della musica da ballo della gente di colore…nella musica rag pianistica la mano sinistra riprendeva il battito dei piedi e il battere sul corpo,mentre la destra eseguiva melodie sincopate,simili ai motivi suonati dai violini e dal banjo”.

Uno dei pochi esempi che sono stati tramandati di questa musica per banjo e violino riadattata al piano è proprio un brano inciso da Jelly Roll Morton,”The naked dance” e non è certo l’unico esempio di un passato musicale di cui il Morton è stato per molti versi se non l’unica la più ricca fonte storica.

Il ragtime quindi fu lo sviluppo in una struttura articolata, multitematica e rigorosa di stilemi popolari che si realizzò grazie alla mano di pianisti e compositori che avevano assorbito la tradizione classico europea del pianoforte ed erano in grado di sintetizzare questi due aspetti culturali in una forma nuova.

I più importanti compositori di ragtime,come è noto, furono Scott Joplin, che per molti versi è il primo fondamentale compositore neroamericano, Thomas Million Turpin, James Sylvester Scott ed altri.

Il ragtime fu una moda musicale che non produsse soltanto musica strumentale per pianoforte ma entrò nel repertorio delle orchestre che suonavano musica da ballo e nello stile delle cosiddette “coon song”, le canzoni dei minstrel show. Inoltre quando i proprietari dei locali di intrattenimento e da ballo si accorsero che il pianoforte era uno strumento così autosufficente da poter sostituire i tradizionali gruppi con contrabbasso,banjo e violino, costando evidentemente molto meno, si aprirono grandi spazi lavorativi per i pianisti in grado di suonare ragtime o di suonare “a ragtime” molti motivi in voga.

In particolare a New Orleans vi era una genìa di ottimi pianisti, come Alfred Wilson, che vinse una competizione nazionale di ragtime con pianisti giunti da tutta l’America,o come il grande Tony Jackson, anche cantante e primo punto di riferimento per un giovane Jelly Roll Morton.

Non era un caso che proprio a New Orleans si concentrasse tanta eccellenza; a parte la nota varietà di diverse nazionalità e culture, nella città vi era una piazza, Congo Square, nella quale la domenica era permesso agli schiavi di suonare i tamburi e questo fatto condizionò non poco la sopravvivenza di ataviche tradizioni africane,che quando si fusero con le tradizioni bandistiche europee crearono l’embrione del linguaggio jazzistico.

Naturalmente la scintilla non scoccò solo lì,anche nel linguaggio pianistico ci fu chi, come Jelly Roll Morton, sviluppò il ragtime della fine dell’800 evolvendolo verso un idioma nuovo e, se non “inventò il jazz”, come pretendeva teatralmente di avere fatto, certamente inventò il pianoforte jazz e in qualche misura l’arrangiamento e la composizione come pratica empiricamente jazzistica,e questo glie ne va dato atto in pieno.

Ma non avrebbe potuto avere questo ruolo così importante senza l’incredibile scena musicale oggi diremmo “globale” che rappresentava New Orleans a quei tempi. Porto tra i più importanti al mondo, attirava immigrazione da tutte le parti del mondo,e ogni etnìa portò un contributo musicale fondante per il nuovo linguaggio.”Tedeschi e inglesi avevano portato le loro famose bande musicali…le musiche francesi,con le loro orchestre formate da archi e legni diedero un durevole contributo…dall’Italia vennero l’opera lirica e i suoi cantanti…la Spagna il flamenco e le sue danze esotiche…”(Il jazz e il suo mondo,G.Roncaglia). Gli africani ormai afroamericani da due secoli e mezzo, portarono la loro memoria poliritmica e il blues nato nelle loro campagne.

Trovo interessante citare le parole dello stesso Jelly Roll Morton sul blues come espressione spontanea e popolare che era parte del paesaggio e dell’atmosfera della New Orleans dei suoi anni:”imboccavano delle trombette da quattro soldi,quelle che regaliamo ai nostri bambini come giocattolo…e con questo arnese suonavano più blues di quanto io non ne abbia mai sentito suonare da tanti professionisti…”.

Ci fermiamo qui, alla prossima puntata, che sarà pubblicata tra qualche giorno sul nostro blog!

Luoghi dell’anima: il Belsit di Legnago

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di Mario Donatone

Lo scorso maggio ho fatto una minitourneè in Lombardia, regione in cui non suonavo da diversi anni, eccezion fatta per alcune sporadiche apparizioni perlopiù “marchettistiche” (per i non iniziati sarebbero esibizioni non particolarmente artistiche ma abbastanza mercenarie con repertorio a richiesta, quindi feste private, convention,ecc.).

Ho un forte rapporto affettivo con quei luoghi, con Milano in particolare, per vari motivi anche personali. Inoltre, come ho già scritto (rimando all’intervista all’amico Renato Bertossi presente nel blog) la Lombardia negli anni ’80 è stata all’avanguardia del fenomeno dei club musicali, che aiutarono notevolmente lo sviluppo di tante realtà artistiche.

Soprattutto negli ultimi 15 anni, la specie del club si è andata sempre più estinguendo, lasciando spazio ad anonimi e ibridi discobar o wine bar, pubboni, o chiamateli come volete, in cui la musica è costretta a convivere con teleschermi per le partite, ragazze barman che ballano sui tavoli e altra roba del genere, chiaramente snaturandosi.

Ma quello che colpisce di più di questi luoghi smorti e omologati è la totale mancanza di gusto personale, oltre che di cura e amore per gli oggetti e la loro storia, che poi sono gli elementi fondamentali di un paesaggio umano. Ed è proprio parlando di oggetti che hanno una storia che vi voglio introdurre il Belsit di Legnano, un posto davvero unico, dove ho avuto la fortuna di suonare e dove spero di ritornare, perchè no, anche come semplice avventore.

Il proprietario si chiama Mario. E questo è già un punto a suo favore :-)

Entrando ci si sente subito in una calda atmosfera familiare, ricca di amici come il buon Gianni Ruvo, simpatico e comunicativo sia come chitarrista che come persona; o la frizzante fotografa Lorena. Un ambiente insomma in cui la ristorazione è un’arte intima e raffinata allo stesso tempo, che si integra con la musica in un perfetto controcanto.

Ha una storia il Belsit.

Il locale nasce 1968 inizialmente come ristorante piano bar. Solo nel 1978 diventa ristorante pizzeria.

Negli anni ottanta Mario rileva il locale, dopo aver lavorato come direttore di sala presso il ristorante Manarini di Castellanza: la cucina è semplice ma ricercata, perchè Mario proviene dal Cilento (Castellabate), dove il cibo è radicato nel territorio. Ma, attenzione, non si tratta solo di un ristorante: il Belsit è un “Ristomuseo”, a metà tra un set cinematografico e una bottega di un rigattiere d’epoca. Lo spazio che circonda i tavoli è disseminato di oggetti d’epoca, radio, frigoriferi, telefoni, macchine da cucire, dischi, divise della seconda guerra mondiale, strumenti e un flipper perfettamente funzionante, su cui ho giocato un paio di partite, un lusso che non mi concedevo dal 1976.

Tutto ciò nasce dalla seconda anima di questo incredibile luogo, e cioè Davide, figlio di Mario che, tornato dall’ America nel 1988 dopo due anni di esperienza scolastica e lavorativa, ha dato una svolta al look estetico del ristorante, sfogando la sua passione per il vintage.

Davide è un tipo sveglio, informato musicalmente e allo stesso tempo sensibile e visionario, e vi consiglio di andare a vedere che ambiente surreale che è stato capace di creare: la sua è una ricerca continua e appassionata, tra le varie cose che espone c’è una slot machine dei tempi di Al Capone, tanto per darvi un’idea.

Per un musicista con un’intenzione blues, emotiva, da narratore di storie e di emozioni, come lo sono io, avere intorno oggetti che raccontano qualcosa di tanta gente è il massimo, credetemi. Anche perchè il mondo cambia in continuazione e oggetti che ti sono stati familiari per anni ed anni a un certo punto spariscono e tu perdi qualcosa di te.

E’ stata una serata unica, ma spero, ripetibile.

A Legnano in via Crema,4.

Ci vediamo lì prima o poi.

Meglio del Roxy Bar. O di qualsiasi wine-bar, disco-bar, ecc.

Per sentirsi dentro alla propria storia.

About Pinetop Perkins

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Diciamolo subito: Pinetop Perkins non ha mai avuto l’influenza e l’importanza di artisti del calibro di Albert Ammons, Roosvelt Sykes o Memphis Slim. E’ arrivato sempre secondo. E, a mio avviso, non deve essere stato facile gestire una simile fama. Tuttavia Pinetop, all’anagrafe Joe Willie Perkins, ha percorso la strada della cocciutaggine, intraprendendo un percorso di sicuro difficile, ma non privo di soddisfazioni.

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Bessie e le altre: le prime cantanti di blues. Terza puntata

 Studio universitario di Giovanna Bosco 

 

Dello stesso periodo (guarda l’articolo precedente, quello della seconda puntata, nda) è Lucile Hegamine, la “Cameo Girl”in tour nei circuiti vaudevillee in varie riviste e commedie musicali, Edith Wilson “Regina del Blues”, anch’essa in tour nel vaudeville e nei musical di Broadway.

Ma la “Prima Donna of Blues Singers” era Alberta Hunter che, dopo un inizio in studio di registrazione a Chicago, cantò nei locali e nei tour vaudeville, e fu presente in riviste musicali ma soprattutto in Europa in diversi musical come “Show Boat”oltre che in molti locali del continente, e per questo è consideratala cantante che ha introdotto il blues al femminile in Europa . La Hunter interruppe la sua carriera per vent’anni facendo l’infermiera,e ricominciò a cantare all’età di ottantun’anni portando in giro lo splendore della sua presenza da saggia singer del blues.

Un’altra grande protagonista e anche grande ammiratrice della Hunter è Victoria “Queen” Spivey, con una lunga carriera tra locali blues e spiritual in chiesa, pianista ma soprattutto fondatrice della sua casa discografica negli anni 60, dopo aver partecipato a vari musical e collaborato con Amstrong  e persino con Bob Dylan.

Queste alcune tra le più importanti Blueswoman che, attraverso la naturale capacità femminile di sublimare cultura, vissuto quotidiano ed emozione, hanno saputo esprimere e catalizzare importanti fermenti artistici dell’epoca, elaborando stili vocali e suoni dell’anima tra i più ricchi della cultura americana.In particolare la vocalità delle blues singers si esprimeva nei modi più svariati e personali , dalle prime sonorità un pò crude e raschiate di Ma’Rainey al modo più morbido e melismatico di Bessie, alla sonorità più country di Victoria Spivey .Sicuramente il fatto di portare  orgogliosamente i canti della loro “minoranza” cosi a lungo maltrattata e soffocata sull’ artificio magico di  un palcoscenico ha contribuito in modo definitivo a dare una dimensione artistica a quei suoni nati cosi spontanei sui campi di lavoro o nelle comunità di preghiera,conferendogli un’espressività unica e originalissima.

Il loro stile ha esercitato un’influenza enorme sia nel Jazz in piena evoluzione che nei successivi generi musicali dal rock al pop internazionale a volte precorrendone il linguaggio musicale e scenico, anticipando le forme del divismo canoro femminile e diventando il filo conduttore irrinunciabile tra la radice arcaica della musica afro-americana e la modernità.

Bessie e le altre: le prime cantanti di blues. Seconda puntata

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 Studio universitario di Giovanna Bosco – Seconda puntata 

Il XIX secolo sarà il momento in cui la graduale(e del tutto relativa)emancipazione del popolo nero,che culmina formalmente con l’abolizione dell’istituto della schiavitù dalla costituzione americana nel 1865, viaggerà parallelamente con il processo(di gran lunga più veloce)dell’apprendimento delle tecniche musicali europee oltre allo sviluppo delle forme originali(lo spiritual di cui abbiamo parlato)e alla creazione di altre del tutto assimilabili alla tradizione “colta” europea,come il ragtime. Questi due fattori insieme innescarono l’ingresso sempre più deciso dei neri nel mondo dello spettacolo americano.

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Bessie e le altre: le prime cantanti di blues

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 Studio universitario di Giovanna Bosco – Prima puntata 

 Parlare delle prime cantanti di blues significa analizzare  tutto un mondo musicale e folkorico legato alla comunità afroamericana che si è sviluppato negli Stati Uniti in particolare tra il 1619,data del primo sbarco di schiavi africani in terra americana,e gli anni 20-30 del 1900.In questo arco temporale che comprende tre secoli  si sviluppano forme musicali  importanti e rappresentative di un’evoluzione della cultura neroamericana nella società statunitense che in un certo senso culmina con l’apparizione delle prime “blueswoman” sulla scena e con le loro prime incisioni.

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Eventi Blues & Dintorni: Castelfranco Blues Festival, il blues per l’Emilia

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Ci sembrava doveroso ricordare, all’interno della nostra rubrica Eventi Blues & Dintorni, un evento musicale blues ma all’insegna della solidarietà: si tratta di un concerto che si terrà a Castelfranco, in Emilia, a favore delle popolazioni emiliane colpite dal sisma.

La città del blues “Made in Italy” si prepara ad accogliere il 7 e l’8 luglio i migliori musicisti blues da tutta l’Italia, che suoneranno gratuitamente con lo scopo di raccogliere fondi per la ricostruzione delle zone duramente colpite dal sisma nelle giornate del 20 e del 29 maggio scorsi.

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