Luoghi dell’anima: Panta Rei

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Ritorna la nostra rubrica Luoghi dell’anima, in cui il nostro Mario ci parla di un posto, di un locale rimasto particolarmente impresso nella sua anima. Per l’appunto :-)

Vorrei parlarvi oggi di un luogo dove ho vissuto una esperienza umana e musicale incredibile, ma per fortuna ripetibile: il posto si chiama Panta Rei ed è a Passignano sul Trasimeno (località Le Pierlle 19A). Ma andiamo per ordine.

La scorsa primavera Barbara Mousy, cara amica, fantastica danzatrice e divulgatrice della danza e della cultura africana, mi propone di insegnare canto in una settimana di vacanza-studio nella seconda metà di agosto 2012. Più che la musica africana il mio pane è la musica afroamericana, ma i collegamenti tra le due cose sono molto più profondi di quanto si pensi, quindi accetto subito e un bel giorno mi avvio per la volta di Passignano.

Conosco bene la zona, perchè insegno a Castiglion del Lago sul Trasimeno durante l’anno, ma non si rivela facile trovare Panta Rei. Quando finalmente, scalati vari cucuzzoli, arrivo, mi trovo davanti ad una struttura a due piani molto semplice ma archittettonicamente meditata. Spicca subito una sorta di vetrata a corridoio, entrato nel quale si schiudono i vari ambienti: ampie stanze destinate ad attività sociali di tutti i tipi, dalle riunioni ai laboratori,oltre ad un grande salone con cucina per il pranzo.

Ora io potrei dirvi molte cose su quello che è Panta Rei, sostanzialmente un posto costruito secondo le idee della bioedilizia per i criteri di costruzione, arredamento e materiali usati.Vi dico fondamentalmente che è un luogo dove si impara qualcosa, ad esempio sul vivere insieme e sul valore delle cose essenziali come l’acqua, gestita in modo che loro chiamano ecocompatibile, in soldoni si tratta di valorizzarla e di non sprecarla, così come il sole, dalla cui energia questo luogo trae il massimo.

A questo proposito appena arrivo incontro Dino, un vecchio ragazzo che è venuto qui da Roma nel 1976 e ha fondato questo villaggio insieme ad altri e non se ne è più andato: mentre lui mi offre un bicchiere d’acqua raccomandandomi di non sprecarla, di fuori vedo una Cinquecento anni ’70 parcheggiata, perfettamente omogenea ai suoi racconti di pioniere della bioagricoltura,bioarchitettura,bioeccetera…

Tutto intorno ci sono costruzioni molto particolari, addirittura una casa su un albero,ma la mia preferita è la casa di Dino, a metà tra le palafitte preistoriche e il Liberty: la vista sul lago completa un non so che di fatato che ha questo luogo.

Barbara non poteva scegliere meglio per liberare l’energia vitale di un gruppo bellissimo di persone che in sei giorni si sono conosciute e hanno creato e scoperto insieme la possibilità di stare bene attraverso la vita insieme,le discipline praticate e la gioia di esprimere la propria potenzialità umana e artistica.

Oltre alla danza Barbara ha portato la cucina (fantastica) africana, non me ne voglia la deliziosa cuoca ma per i nomi sono un pò duro a ricordare, Helena forse? Comunque una ragazza insuperabile tra i fornelli! Che dire poi delle percussioni africane di Seydou Dao e del suo gruppo, compresa la meravigliosa cantante, sua sorella?

Un avviso a chi suona e canta, a chi non fa nulla di tutto ciò ma ha problemi con il ritmo della vita, fate come me, prendete qualche lezione da Seydou e vivere a tempo vi sarà più leggero e bello.

Se poi volete scoprire i misteri delle dinamiche umane del benessere con sè stessi e con gli altri dovete conoscere una particolare e dolcissima persona che si chiama Iole Fiorenzato,una strega buona che vi condurrà per mano lungo le strade che portano ad amare di più sè stessi e gli altri.

Questa era la squadra, non mi metto a raccontare per motivi di tempo le individualità particolari che ho conosciuto in questi corsi, vi dico solo che è stato un qualcosa di sorprendente vivere tutti insieme qualcosa che ha a che fare con una cultura antica e profonda come quella africana, che è in grado di insegnarci senza grandi discorsi ma semplicemente agendo sull’istinto dei valori di pace, amore e rispetto, oltre al superamento di assurde ansie competitive e autonevrotizzanti. L’umanità impagabile delle persone che ho avuto la fortuna di conoscere si integrava con quella di tanti ragazzi che da varie parti d’Italia e d’Europa vengono a Panta Rei a seguire progetti di volontariato.

Personalmente ho impostato un corso sul gospel africano e su quello afroamericano più vicino alle radici. Siamo riusciti a sentire il corpo come uno strumento nato per pensare e produrre i suoni più belli, quelli che celebrano la vita del momento,e abbiamo creato un’amalgama corale abbastanza sorprendente, considerato il poco tempo. Ci sono state serate musicali bellissime, in una ci è venuto a trovare il Trasimeno Gospel Choir che mi onoro di dirigere e tutto si è mischiato con naturalezza.

La cosa che ricordo con più piacere sono alcuni momenti estemporanei: una mattina ho avuto voglia di cantare,così per farlo, nella sala da pranzo mentre vi erano altre attività e ho sentito in quel momento tutta la libertà che avevo imparato in questo luogo.

Andate a fare un salto a Panta Rei se potete, quando ci sarà nuovamente questa settimana di arte e benessere in particolare, e vedrete che non sto enfatizzando nulla … le realtà così sono rare e vanno vissute e raccontate.

Jelly Roll Morton, uno studio universitario – Parte 1

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Chi conosce Jelly Roll Morton alzi un dito!

Così diversi anni fa si espresse un noto jazzista italiano sul palco di un locale romano: ben poche dita si alzarono, ma lui aggiunse subito che a New York il risultato non era stato diverso di lì a poco tempo prima.

E’ noto che gli americani non hanno una particolare attitudine a conservare il valore della loro memoria storica, almeno in campo musicale, ma anche in Europa vi è ben poca consapevolezza dell’importanza di questo personaggio per lo sviluppo del jazz in molti dei suoi aspetti fondanti.

In Italia poi il grande pubblico conosce solo un brutto ritratto di Morton nel film di Tornatore “La leggenda del pianista sull’oceano”, tratto da un surreale racconto di Baricco,dal titolo “Novecento”. Lì lo scrittore inventa una fantasiosa  sfida all’ultima nota tra Jelly Roll e Novecento, un pittoresco pianista mai esistito, in cui gli aspetti più caricaturali di  Morton vengono inseriti in modo del tutto funzionale al racconto che si vuole rappresentare, dando però una visione del tutto parziale e semplificata della realtà storica del personaggio.

Sicuramente Jelly Roll Morton ha lasciato, insieme a tracce inequivocabili del suo talento e del suo ruolo nella nascita e nello sviluppo del primo jazz,anche la memoria consistente di una vita e di un carattere umano stravagante e romanzesco, in perenne spostamento tra una città e l’altra degli Stati Uniti, sempre alternando l’attività di musicista con quelle meno nobili di baro e di tenutario di locali di dubbia fama, tanto da fargli assumere, anche per il suo carattere egocentrico e ai limiti della megalomania, un’immagine quasi macchiettistica.

La sua comunque fu una vita itinerante del tutto omogenea ai modelli esistenziali di cui sarà piena soprattutto la storia del blues, da Charlie Patton, Son House e soprattutto Robert Johnson in poi. E sarà proprio il suo forte legame con il blues a dare il segno più importante del suo ruolo di inventore del piano jazz, di cui plasmò il primo stile rivoluzionando totalmente gli schemi pianistici dell’epoca.

Ma Jelly Roll Morton fu anche tante altre cose, primo compositore e arrangiatore di jazz, primo “chansonierre”, pianista cantante di blues e di canzoni, rappresentando un modello che resiste fino ad oggi in personaggi come il suo concittadino Dr. John.

Dobbiamo però adesso fare un passo indietro e considerare un secolo come il 1800, in cui si sviluppò tutto un importante retroterra musicale afroamericano legato anche al pianoforte, di cui Jelly Roll è in effetti il logico erede, continuatore e rivoluzionario innovatore. Il 1800 è un secolo in cui si consolidano molti processi sociali e culturali che erano iniziati nel secolo prima,e la società americana inizia a stabilizzare alcuni aspetti originali,come ad esempio la musica dei neroamericani, intesa anche come partecipazione di questa comunità, inizialmente segregata, al mondo dello spettacolo professionale. L’abolizione della schiavitù risale al 1865, ma il processo di affrancamento concreto dalla schiavitù per i neri inizia prima e in varie modalità.

Come è noto la prima forma di attività musicale che era concessa agli schiavi africani in America era il canto religioso,inizialmente nei cosiddetti “Camp meeting”, che erano raduni organizzati dai pastori soprattutto protestanti che in questo modo coinvolgevano i neri nella ritualità cristiana insegnandogli i canti dell’innario anglosassone. Essi impararono questi canti e li trasformarono con la loro sensibilità poliritmica.

Nacque così la prima forma musicale originale afroamericana, il cosiddetto “Spiritual”, che si evolverà più avanti nel “Gospel”.

Per quanto riguarda invece l’aspetto strumentale della musica, il processo di impadronimento delle tecniche strumentali europee fu più lento, ma altrettanto deciso. Già nella vita delle piantagioni nel Sud degli Stati Uniti dove i neri vennero segregati sin dalla metà circa del 1600,vi erano molti schiavi che avevano imparato strumenti come il banjo e il violino,e avevano un’attitudine così spiccata soprattutto per l’aspetto ritmico della musica che a molti di essi veniva affidato il compito di suonare per far ballare durante le feste che venivano date dai proprietari bianchi.

In seguito, soprattutto durante l’800, maturarono veri e propri virtuosi neri dei vari strumenti classici, quelli che avevano una famiglia abbastanza benestante da permettergli degli studi o quelli che mostravano un particolare talento musicale e venivano sostenuti da mecenati bianchi, che in alcuni casi non erano poi così disinteressati,come la famiglia bianca che mantenne la tutela e il management del leggendario pianista classico Blind Tom, che fu concertista di fama mondiale per tutta la sua vita.

In ogni caso la musica era un aspetto avanzato dell’attività umana dove apparentemente veniva meno esercitata la discriminazione razziale ed era quindi uno dei pochi spazi in cui per i neroamericani era consentito emergere sia come artisti che come insegnanti, ed essi quindi davano molta importanza ed impulso ad essa.

A parte l’emergere di generazioni di concertisti neri talentuosi nell’ambito della musica classica che venivano accettati dal pubblico bianco in parte anche, bisogna dirlo, come fenomeno da baraccone, il primo contesto professionale che espresse qualcosa di originalmente neroamericano furono i cosiddetti “Minstrel show”, spettacoli nati come ridicolizzazione strapaesana di caratteri,usi e costumi dei neriamericani da parte di artisti itineranti bianchi, che presto divennero una fonte di lavoro e di protagonismo artistico dei neri, che vi inserirono elementi distintivi della loro musicalità e soprattutto le loro danze.

Si è già detto di come era riconosciuta ai musicisti neri una innata attitudine al ritmo che li portava a suonare qualsiasi melodia in un modo danzabile e il contagioso impatto ritmico della loro musica per violino e banjo era anche dato dall’elemento percussivo del battere dei piedi dei musicisti e dal cosiddetto “Juba patting” degli spettatori.

Questo battito era un elemento fondamentale del loro modo di fare musica, in quanto sostituiva il suono del tamburo, che era stato vietato durante la schiavitù in quanto mezzo pericoloso di comunicazione e di ricompattamento politico e culturale per gli africani.

Ora come dice Eileen Southern nella sua fondamentale opera “La musica dei neri americani”, il ragtime pianistico, che fu la prima forma totalmente strumentale originale dei neroamericani, era “una naturale filiazione della musica da ballo della gente di colore…nella musica rag pianistica la mano sinistra riprendeva il battito dei piedi e il battere sul corpo,mentre la destra eseguiva melodie sincopate,simili ai motivi suonati dai violini e dal banjo”.

Uno dei pochi esempi che sono stati tramandati di questa musica per banjo e violino riadattata al piano è proprio un brano inciso da Jelly Roll Morton,”The naked dance” e non è certo l’unico esempio di un passato musicale di cui il Morton è stato per molti versi se non l’unica la più ricca fonte storica.

Il ragtime quindi fu lo sviluppo in una struttura articolata, multitematica e rigorosa di stilemi popolari che si realizzò grazie alla mano di pianisti e compositori che avevano assorbito la tradizione classico europea del pianoforte ed erano in grado di sintetizzare questi due aspetti culturali in una forma nuova.

I più importanti compositori di ragtime,come è noto, furono Scott Joplin, che per molti versi è il primo fondamentale compositore neroamericano, Thomas Million Turpin, James Sylvester Scott ed altri.

Il ragtime fu una moda musicale che non produsse soltanto musica strumentale per pianoforte ma entrò nel repertorio delle orchestre che suonavano musica da ballo e nello stile delle cosiddette “coon song”, le canzoni dei minstrel show. Inoltre quando i proprietari dei locali di intrattenimento e da ballo si accorsero che il pianoforte era uno strumento così autosufficente da poter sostituire i tradizionali gruppi con contrabbasso,banjo e violino, costando evidentemente molto meno, si aprirono grandi spazi lavorativi per i pianisti in grado di suonare ragtime o di suonare “a ragtime” molti motivi in voga.

In particolare a New Orleans vi era una genìa di ottimi pianisti, come Alfred Wilson, che vinse una competizione nazionale di ragtime con pianisti giunti da tutta l’America,o come il grande Tony Jackson, anche cantante e primo punto di riferimento per un giovane Jelly Roll Morton.

Non era un caso che proprio a New Orleans si concentrasse tanta eccellenza; a parte la nota varietà di diverse nazionalità e culture, nella città vi era una piazza, Congo Square, nella quale la domenica era permesso agli schiavi di suonare i tamburi e questo fatto condizionò non poco la sopravvivenza di ataviche tradizioni africane,che quando si fusero con le tradizioni bandistiche europee crearono l’embrione del linguaggio jazzistico.

Naturalmente la scintilla non scoccò solo lì,anche nel linguaggio pianistico ci fu chi, come Jelly Roll Morton, sviluppò il ragtime della fine dell’800 evolvendolo verso un idioma nuovo e, se non “inventò il jazz”, come pretendeva teatralmente di avere fatto, certamente inventò il pianoforte jazz e in qualche misura l’arrangiamento e la composizione come pratica empiricamente jazzistica,e questo glie ne va dato atto in pieno.

Ma non avrebbe potuto avere questo ruolo così importante senza l’incredibile scena musicale oggi diremmo “globale” che rappresentava New Orleans a quei tempi. Porto tra i più importanti al mondo, attirava immigrazione da tutte le parti del mondo,e ogni etnìa portò un contributo musicale fondante per il nuovo linguaggio.”Tedeschi e inglesi avevano portato le loro famose bande musicali…le musiche francesi,con le loro orchestre formate da archi e legni diedero un durevole contributo…dall’Italia vennero l’opera lirica e i suoi cantanti…la Spagna il flamenco e le sue danze esotiche…”(Il jazz e il suo mondo,G.Roncaglia). Gli africani ormai afroamericani da due secoli e mezzo, portarono la loro memoria poliritmica e il blues nato nelle loro campagne.

Trovo interessante citare le parole dello stesso Jelly Roll Morton sul blues come espressione spontanea e popolare che era parte del paesaggio e dell’atmosfera della New Orleans dei suoi anni:”imboccavano delle trombette da quattro soldi,quelle che regaliamo ai nostri bambini come giocattolo…e con questo arnese suonavano più blues di quanto io non ne abbia mai sentito suonare da tanti professionisti…”.

Ci fermiamo qui, alla prossima puntata, che sarà pubblicata tra qualche giorno sul nostro blog!

Luoghi dell’anima: il Belsit di Legnago

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di Mario Donatone

Lo scorso maggio ho fatto una minitourneè in Lombardia, regione in cui non suonavo da diversi anni, eccezion fatta per alcune sporadiche apparizioni perlopiù “marchettistiche” (per i non iniziati sarebbero esibizioni non particolarmente artistiche ma abbastanza mercenarie con repertorio a richiesta, quindi feste private, convention,ecc.).

Ho un forte rapporto affettivo con quei luoghi, con Milano in particolare, per vari motivi anche personali. Inoltre, come ho già scritto (rimando all’intervista all’amico Renato Bertossi presente nel blog) la Lombardia negli anni ’80 è stata all’avanguardia del fenomeno dei club musicali, che aiutarono notevolmente lo sviluppo di tante realtà artistiche.

Soprattutto negli ultimi 15 anni, la specie del club si è andata sempre più estinguendo, lasciando spazio ad anonimi e ibridi discobar o wine bar, pubboni, o chiamateli come volete, in cui la musica è costretta a convivere con teleschermi per le partite, ragazze barman che ballano sui tavoli e altra roba del genere, chiaramente snaturandosi.

Ma quello che colpisce di più di questi luoghi smorti e omologati è la totale mancanza di gusto personale, oltre che di cura e amore per gli oggetti e la loro storia, che poi sono gli elementi fondamentali di un paesaggio umano. Ed è proprio parlando di oggetti che hanno una storia che vi voglio introdurre il Belsit di Legnano, un posto davvero unico, dove ho avuto la fortuna di suonare e dove spero di ritornare, perchè no, anche come semplice avventore.

Il proprietario si chiama Mario. E questo è già un punto a suo favore :-)

Entrando ci si sente subito in una calda atmosfera familiare, ricca di amici come il buon Gianni Ruvo, simpatico e comunicativo sia come chitarrista che come persona; o la frizzante fotografa Lorena. Un ambiente insomma in cui la ristorazione è un’arte intima e raffinata allo stesso tempo, che si integra con la musica in un perfetto controcanto.

Ha una storia il Belsit.

Il locale nasce 1968 inizialmente come ristorante piano bar. Solo nel 1978 diventa ristorante pizzeria.

Negli anni ottanta Mario rileva il locale, dopo aver lavorato come direttore di sala presso il ristorante Manarini di Castellanza: la cucina è semplice ma ricercata, perchè Mario proviene dal Cilento (Castellabate), dove il cibo è radicato nel territorio. Ma, attenzione, non si tratta solo di un ristorante: il Belsit è un “Ristomuseo”, a metà tra un set cinematografico e una bottega di un rigattiere d’epoca. Lo spazio che circonda i tavoli è disseminato di oggetti d’epoca, radio, frigoriferi, telefoni, macchine da cucire, dischi, divise della seconda guerra mondiale, strumenti e un flipper perfettamente funzionante, su cui ho giocato un paio di partite, un lusso che non mi concedevo dal 1976.

Tutto ciò nasce dalla seconda anima di questo incredibile luogo, e cioè Davide, figlio di Mario che, tornato dall’ America nel 1988 dopo due anni di esperienza scolastica e lavorativa, ha dato una svolta al look estetico del ristorante, sfogando la sua passione per il vintage.

Davide è un tipo sveglio, informato musicalmente e allo stesso tempo sensibile e visionario, e vi consiglio di andare a vedere che ambiente surreale che è stato capace di creare: la sua è una ricerca continua e appassionata, tra le varie cose che espone c’è una slot machine dei tempi di Al Capone, tanto per darvi un’idea.

Per un musicista con un’intenzione blues, emotiva, da narratore di storie e di emozioni, come lo sono io, avere intorno oggetti che raccontano qualcosa di tanta gente è il massimo, credetemi. Anche perchè il mondo cambia in continuazione e oggetti che ti sono stati familiari per anni ed anni a un certo punto spariscono e tu perdi qualcosa di te.

E’ stata una serata unica, ma spero, ripetibile.

A Legnano in via Crema,4.

Ci vediamo lì prima o poi.

Meglio del Roxy Bar. O di qualsiasi wine-bar, disco-bar, ecc.

Per sentirsi dentro alla propria storia.

About Pinetop Perkins

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Diciamolo subito: Pinetop Perkins non ha mai avuto l’influenza e l’importanza di artisti del calibro di Albert Ammons, Roosvelt Sykes o Memphis Slim. E’ arrivato sempre secondo. E, a mio avviso, non deve essere stato facile gestire una simile fama. Tuttavia Pinetop, all’anagrafe Joe Willie Perkins, ha percorso la strada della cocciutaggine, intraprendendo un percorso di sicuro difficile, ma non privo di soddisfazioni.

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About William Christopher Handy

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Classe 1873, William Christopher Handy è stato un compositore e musicista blues, oltre che jazz, generalmente conosciuto come il padre del blues. Handy fu senz’altro uno tra i suoi musicisti contemporanei a praticare quello che, solo in seguito, fu chiamato blues.  Il paradosso è che Handy non fu il primo a pubblicare questo genere di musica, piuttosto uno dei pochi che fece sì che il delta blues (che all’epoca era una forma musicale di interesse esclusivamente regionale) divenisse una delle forze “trascinatrici” della musica popolare.

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About Bonnie Raitt

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Poco fa, sulla nostra pagina Facebook, abbiamo postato un video di Bonnie Ratt e ci sembrava giusto non lasciare un nome, un’artista al caso. Vi proponiamo pertanto questo articolo di approfondimento, una sorta di focus, sempre e solo a sfondo di note e blues.

Classe 1949, è da dire subito che Bonnie Raitt finisce sempre (sola soletta) nelle classifiche dei migliori chitarristi di tutti i tempi, eppure per alcuni rimane ancora una completa sconosciuta. Ciò nonostate l’anno scorso due suoi pezzi siano stati cantati da Adele e Bon Ivver. Ciò nonostante il 3 marzo del 2000 sia stata inserita nella Rock and Roll Hall of Fame.

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About Jimmi Rogers

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All’anagrafe James A. Lane, Jimmi Rogers, chitarrista e cantante blues statunitense, passa alla storia della musica soprattutto per essere stato membro della band di Muddy Waters. Come tutti i musicisti che lavorano “dietro le quinte” per Jimmi i riconoscimenti sono arrivati troppo tardi, post mortem, tanto che è stato detto che egli ha un conto aperto con la storia del blues.

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About The Police

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L’argomento della rubrica “Accadde oggi” ci porta ai The Police, uno dei gruppi rock inglesi più importanti della storia della musica. Il 5 gennaio del 1984, infatti, il gruppo, dopo aver raggiunto l’apice del suo successo , decide di sciogliersi. Non lo faranno mai in maniera ufficiale. Ma andiamo a ritroso, alla ricerca delle probabili cause di questo doloroso “addio” (soprattutto per i fan più affezionati).

 E’ da dire subito che le dichiarazioni in merito allo scioglimento dei The Police sono state sempre piuttosto ambigue. E ancora più ambigue sono state le interpretazioni. Un datto di fatto però è certo: per vent’anni o quasi i Police non sono più andati in studio insieme, nè tanto meno hanno suonato insieme live, eccezion fatta per i tre concerti per Amnesty International nel 1986, dei tre brani suonati al matrimonio di Sting con Trudie Styler nel 1992 e dei tre classici eseguiti alla serata per l’ingresso nella Rock’n’Roll Hall Of Fame.

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City of Blues: Clarksdale

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La nostra rubrica City of Blues ci porta oggi a Clarksdale, capoluogo della contea di Coahoma, situata nel cuore del delta del fiume Mississippi. Vale la pena ricordarla, all’interno di questo nostro itinerario tutto fatto di note, perchè è un luogo quasi senza tempo, dove la gente percepisce ancora sulla pelle il senso profondo del blues. Lo percepisce nella musica, nell’anima, nel lento scorrere dello stesso Mississippi.

Fondata nel 1848 da John Clark è una città di circa 20.000 abitanti, attraversata dal fiume Sunflower, tagliata in due per una via di ferrovia: da un lato si trova una zona principalmente a popolazione bianca, dall’altra una zona nera (dove si trovano i principali juke-joints della città).

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The Women of Blues: Ma Rainey

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Classe 1886, georgiana, di Columbus, Malissa Nix Pridgett, nome d’arte Ma Gertrude Rainey (quest’ultimo cognome del marito) fa parte delle prime cantanti blues di professione, che hanno registrato dischi e avuto un’influenza enorme sulle altre donne che in seguito si sono dedicate a questo genere di musica, in primis Bessie Smith.  Entrambi i genitori erano suonatori di menestrello, per cui il desiderio di esibirsi era innato nella giovane Gertrude.

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